Ven. Set 11th, 2026

Ogni vissuto che generi emozioni,

trasforma il nostro sentire in un sentimento.

Duccio Demetrio

QUATTRO CHIACCHIERE CON UN PETTIROSSO

Divagazioni per chi non è cresciuto troppo

di

GIUSEPPE ALESI

Se ne stava lì, venuto d’un tratto dal nulla, piccolo, appallottolato, infreddolito, sul ramo sottile del giovane arbusto, che neppure ondeggiava al peso leggero del piccolo ospite.

Pur non amando in alcun modo la presenza dell’uomo, di cui non gradisce forse la mole eccessiva, mi guardava fermo nelle sue zampette più esili di uno stecchino, con i suoi grandi occhi rotondi, impettito, mostrando, con orgoglio il torso rosso arancio.

Voleva di sicuro dirmi qualcosa, con aria quasi di sfida.

Cosa di certo lo ignoro!

Dall’alto dei suoi pochi grammi di peso, mi guardava, solenne, bello, consapevole, come la leggenda vuole, di aver tolto con il becco una spina dalla corona di Gesù, impresa di cui porta fiero il pettoruto segno, mi guardava chinando di un lato la testa minuta.

Avrei voluto tenerlo sul palmo della mano e delicatamente carezzarlo, ma lui forse avendo percepito la insana intenzione, se n’è volato via emettendo un sottile e dolcissimo canto, sparendo tra i folti cespugli.

Per un po’ son rimasto a cercarne le tracce con lo sguardo tra i rami intricati, ma niente da fare, si era dileguato!

Ripreso il cammino nel parco, ho cercato di dare un significato al ravvicinato incontro e all’idea che mi ero fatto che il minuscolo pennuto avesse voluto dirmi qualcosa.

Ma cosa avrebbe potuto o voluto dirmi?

Fissato, come sono, forse si sarebbe parlato di scuola? Non lo ritengo probabile!

I suoi interessi sono sicuramente ben lontani dai miei!

Per il momento, appellandomi all’antichissima usanza di trarre auspici dal volo degli uccelli, ho detto dentro di me che il simpatico animaletto non potesse addurre che buoni vaticini.

Mentre così tra me pensavo, ho sentito nuovamente il sottile e armonico canto del piccolo pennuto, mi sono guardato intorno e l’ho individuato, ben visibile, nel folto cespuglio di rovi vicino alla strada, ci siamo guardati con molta attenzione.

Voleva dirmi qualcosa, ora ne ero proprio certo!

Si è appallottolato e ha emesso, rigonfiando la gola, un lieve suono, quasi impercettibile, che, basito, ho sentito d’un tratto virare in articolate parole.

“Dove stai andando?”

“Fermati un momento, è un po’ che ti seguo da vicino!”

Ma dai!

Un piccolo animale mi parla e nella mia lingua!

E, al contrario di Frate Francesco, è lui che parla a me.

“So molto bene, continuò il pettirosso, che le cose da qualche tempo ti vanno molto male, ne sono dispiaciuto, ne voglio con te parlare e porre, per quel che è possibile, rimedio!”

“Rimedio? -Risposi io incuriosito- e come pensi di porre rimedio, così vanno le faccende umane mio caro! Comunque già il tuo gentile pensiero mi è gradito!”

Dopo un breve, dolce silenzio:

“Ritieni forse che un leggero pennuto nulla abbia a che fare con le umane vicende e non possa far proprio niente?”

“Sai ben poco di noi pettirossi e delle nostre nascoste vicende e virtù, delle nostre missioni, mio caro!”

“Voi umani vi fermate spesso alle apparenze, pur se bello, è di poco peso e non conta più di tanto, questo è il vostro pensare!”

Ma le cose sono molto diverse, ma molto, molto diverse!”

“Credo che qualche volta tu abbia sentito parlare di Angeli Custodi, avrai magari detto bella idea, ma anche bella invenzione consolatoria umana, già!”

Gli Angeli Custodi sono esseri più o meno invisibili, perché spesso si celano sotto inattese spoglie, che seguono ciascuno di voi esseri umani.

Ascoltavo, senza proferir parola, stupito e incuriosito.

Ma era vero ciò che stava accadendo o mi ero d’un tratto totalmente rimbecillito, e vedo e sento cose irreali e inesistenti?

Un tizio corpulento, uno di quelli che appena ha un briciola di tempo, va a farsi una corsetta, mi affianca e mi dà una fugace guardata, per l’imbarazzante situazione, ho fatto il vago, come si usa dire, e ho voltato lo sguardo verso il cielo come se fossi stato improvvisamente attratto dai bianchi cirri che lo coprivano.

“Ti senti in imbarazzo”? domandò sollecito il pettirosso,

“No, no, per nulla!” -gli risposi –ma capisci che non capita tutti i giorni di fare una chiacchierata a bassa voce con un uccello”

“E’ verissimo, pur tuttavia troppo spesso voi umani ascoltate poco e male interpretate, presi da tante idiozie, sommersi nel frastuono, gli innumerevoli messaggi che vi arrivano dall’esterno, per non parlare di quelli che giungono, quasi bisbigliati, da canali un tantino diversi e a cui date pochissimo peso.

Non vi dò in assoluto torto, sono tanti, troppi, i segnali che giungono da dentro e da fuori, lo dicevo già ieri ad un giovane collega merlo che si rammaricava della sordità totale del suo protetto. Ma è pur vero che di certo disertate troppo spesso i luoghi silenziosi dove s’impone l’ascolto.

Noi, caro amico, facciamo un lavoro duro, essere Angeli Custodi è vero volontariato, come si dice tra di voi.

Ultimamente per noi Angeli pennuti le cose sono diventate più complesse, ne abbiamo discusso ieri l’altro tra i rami folti della vecchia quercia in fondo al viale, in una sorta di raduno territoriale.

C’erano, cornacchie, merli, storni, pappagalli, il dialogo, pur se Angeli, non è per nulla facile tra volatili così diversi per carattere e cultura. I pappagalli, per esempio, si vede ad un miglio che sono una razza a parte e parlano, parlano, con voce roca e sgraziata.

I merli, signorilmente di scuro vestiti, ad esempio, non li sopportano proprio.

Da qualche tempo, per altro, si aggira un grosso uccello tutto bianco, per me enorme, volteggia come un aereo, mette i brividi, dicono che si interessi di portuali e di marinai ma, vai a capire cosa ci fa da queste parti.

Comunque, al di là delle divagazioni, che fanno capire come anche per noi le cose sono ultimamente mutate anche in virtù di strani rimestamenti umani dall’alto previsti, noi siamo intermediari tra cielo e terra e illuminiamo la vita degli esseri umani, quando ci riusciamo, siamo quindi messaggeri, guide, protettori, insegnanti.”

“Gira, gira, alla fine, l’insegnamento ergo la scuola, si insinua in ogni dove”, dissi tra me e me.

“Hai proprio ragione” replicò il pennuto.

Ma che fai :”Leggi nel pensiero?

“O benedetto figlio!:

”Sono un angelo, mica uno quaquaraquà qualsiasi!”

“Tu con la scuola, di cui ti interessi da anni e pure bene a sentire le voci, mi sembri un po’ fissato!”

Solennemente esclamò il pettirosso,

“Tieni comunque presente che per noi non ci sono presidi, siamo totalmente autonomi!”

”Pure Loro hanno avuto L’autonomia!” pensai.

Una reale o farlocca come quella scolastica?

“Tanto per bene intenderci, noi Angeli siamo invisibili, voi ci rappresentate spesso come esseri con fattezze umane con grandi ali, balle! Siamo luce e ci troviamo ovunque e assumiamo sembianze inaspettate come la mia. Abbiamo un compito categorico, quello di rassicurare, proteggere, sostenere nelle difficoltà, guidare, garbatamente, gli esseri umani nel loro percorso di vita”

Non dissi nulla di nulla, ma, per la miseria! La faccenda mi ricordava nuovamente…

“E, Si! Questo è Il compito di chi educa e insegna!

“Insegniamo, o meglio sussurriamo, nelle orecchie degli uomini il senso della vita, insuffliamo un lieve alito di sollievo, accorriamo, senza indugi, quando siamo invocati e lo facciamo con discrezione, con poca appariscenza, frequentiamo luoghi appartati e silenziosi.” Poi, dopo una breve pausa:

“Ci saranno per te tempi migliori, vedrai!

E, tranquillo, adesso sai che ci sono!”

Arruffò le penne e fischiettando, leggero, leggero, scomparve alla vista.

Si era fatto un po’ tardi sicuramente avevo attratto l’attenzione, fermo e impalato dinanzi a un cespuglio, e magari qualcuno mi aveva sentito parlargli.

“Vai a spiegare che ti stavi facendo quattro chiacchiere con un pettirosso!”.

Meglio tacere ed evitare di dire troppo o niente e così mi sono incamminato in silenzio e con dentro un intimo, intenso benessere.

Il mio pensiero, inaspettatamente, è volato lontano nel tempo e ho ricordato, un giorno d’inverno, un’aula di scuola fredda, riscaldata d’un tratto dallo stupore pieno di entusiasmo di Carlo, mio compagno di banco, che in piedi con il dito puntato gridava:

”Maestra, Maestra!” C’è un uccellino sul davanzale della finestra!”

Guardare, stupirsi, emozionarsi sono il sale della vita, della scuola, dell’apprendere, se ancora non si è diventati troppo adulti.

“Ogni vissuto che generi emozioni trasforma il nostro sentire in sentimento”*1 e i sentimenti rimangono lì, immutati nel tempo, archivio, testimone nascosto e segreto delle nostre “Trasformazioni Silenziose”*2

*1 Duccio Demetrio, “Silenzi D’ amore”, Edizioni Mimesis, Milano 2016

*2 Fracois Jullien, “Le trasformazioni Silenziose”, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015

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