Ven. Set 11th, 2026

EMOZIONI E SENTIMENTI

DI

GIUSEPPE ALESI

“Quando il vento dei sentimenti e delle emozioni soffia forte, anche i possenti pioppi chinano riverenti le loro chiome”

Qualche tempo fa mi è capitato di scrivere, ricordando Duccio Demetrio, su i giardini, più o meno fioriti che ciascuno di noi ha dentro di sé. E come tale interiorità, nella quale si annidano e prosperano emozioni e sentimenti ,dai più teneri e leggeri ai più biechi e contorti, sia da tenere in grande conto, perché è del tutto innegabile che le decisioni e i comportamenti che la mente poi assume , nel vivere quotidiano, sono da essi influenzati e, per assonanza con la questione dei giardini, colorati da accesi o smorti colori.

Coltivare e far fiorire rigogliosi giardini personali curati, privi di sterpaglie e serpentelli, è compito educativo, quando si è piccoli, di tutti coloro che a vario titolo, genitori e insegnanti, hanno il delicato ufficio, che è anche un dovere, di accudire nel migliore dei modi, le nuove generazioni.

Da adulti è bene apprezzare e mantenere, se si ha la fortuna di possederlo, il patrimonio dalle selvagge aggressioni degli eventi e dei simili. Di sicuro in quel giardino ci si rifugge sicuri quando fuori la tempesta è possente e le onde ci stanno travolgendo.

Gli studi di Golem hanno evidenziato come strettamente correlata all’intelligenza tradizionalmente intesa, che esprime capacità induttive, deduttive, associative, ecc., ne esista un’altra, l’intelligenza emotiva che è espressione di competenze e capacità emozionali.

Abilità e competenze, quindi, non sono soltanto quelle meramente cognitive, matematiche, linguistiche, economiche, artistiche, speculative, nel risolvere, ben lucidi, con rapidità e correttezza i problemi, ma anche quelle che derivano da una serena e generosa ricchezza interiore, dalla capacità di saper gestire con competenza le proprie emozioni, di saper riconoscere e rispettare quelle altrui.

E’ tale interiorità che ci consente di avventuraci curiosi, di avere meno paure, di essere più tolleranti, di guardare piacevolmente stupiti il mondo che ci è intorno, da un bimbo che sorride ad un upupa crestato e variopinto che svolazza nel giardino.

Nel paese delle emozioni e dei sentimenti, che non sono altro che emozioni più complesse, la ragione sembra abbia talora ben pochi spazi, ci si perde, si scivola, si agisce con poca logica, come fanno i bambini, malgrado i ripetuti dissuasivi consigli ricevuti e poi spesso si cade rovinosamente nelle amarezze e delusioni scottanti, nelle inattese evidenze che la mente offuscata non percepiva.

E’ noto a tutti come l’emozione spesso annulli la ragione, pur sapendo, infatti, un alunno tremante balbetta dando l’impressione di non saper proprio nulla o un giovane amante si confonde nell’impegno amoroso dando pessima prova di sé.

Non per nulla l’ammonimento dei più “assennati” raccomanda:

Tieni a bada le emozioni, non essere una testa calda, non ti fare travolgere dai sentimenti”

“Mostra tutto il tuo sangue freddo!”

C’è indiscussa saggezza in questi largamente diffusi consigli è infatti vero che non saper dominare i propri impulsi sia fonte di comportamenti decisamente irrazionali e che quindi una mente del tutto normale possa essere fortemente compromessa e disturbata da emozioni incontrollate e prepotenti, da paure nascoste, da apparenti piccole cose, da un semplice ragno.

In definitiva emozioni e i sentimenti ad esse collegati sono parte integrante del nostro essere uomini, si intrecciano con la razionalità, ne fanno parte, hanno un loro valore cognitivo. E’ inanità sottovalutarne la forza e la portata, invocare la supremazia della ragione e pensare che l’intelletto e le emozioni siano o debbano essere per loro natura e per convenienza ben separate.

L’errore di Cartesio

E’ il titolo di un noto saggio di Antonio R. Damasio* professore di Neuroscienze alla University of Southern California nel quale si attribuisce proprio a Cartesio l’errore, la netta e drastica separazione tra emozioni e intelletto, una impostazione teorica che per secoli ha influenzato la ricerca scientifica. L’orientamento culturale allora posizionava agli antipodi razionalità ed emozioni, queste ci rendono schiavi degli impulsi e non più padroni di noi stessi.

La ragione assume così un importante ruolo coercitivo verso emozioni e sentimenti ritenuti minacciosi, capaci di trascinare e confondere l’uomo, l’imperativo diventa non tanto quello di educare quanto di inibire il più possibile con schemi rigidi di comportamento la vita emotiva ed affettiva.

L’autore giunge a sostenere, confutando e ribaltando la tesi cartesiana, che emozioni e sentimenti contribuiscono al processo del ragionamento umano e non sia per nulla vero che esse siano necessariamente d’intralcio e questa è la novità, che rafforza scientificamente la tesi che ormai parla, di mente emozionale e di intelligenza emotiva (Goleman)*.

I suoi studi, che si diffusero con il suo testo una ventina di anni fa, dopo le reazioni di sorpresa e qualche scetticismo, furono successivamente accolte e oggi non scandalizzano ormai più di tanto, anzi taluni sono andati oltre il pensiero di Damasio deformandone l’idea di fondo e attribuendo alle emozioni e ai sentimenti una sorta di supremazia da lui mai sostenuta.

Così ne nacque l’ affascinante richiamo al :

Segui il cuore, ascoltalo, abbandonati ai suoi suggerimenti!”

“Se avessi seguito il cuore e non la ragione, tutto sarebbe andato per il meglio!”

C’è un fondamento di verità in questo, legato all’intimo inappagato desiderio dell’uomo di orientare, in qualche modo, gli eventi e di governarli a piacimento, forse a volte accade, ma casualmente.

Ci è capitato di asserire, con rammarico: “Se avessi seguito il sentimento, o anche più semplicemente l’intuito, le cose sarebbero andate in modo molto diverso e per me più favorevolmente” o in senso contrario: “Se non mi fossi lasciato andare tanto incautamente, senza riflettere, non mi troverei ora in queste condizioni” ma, questo non è, come detto, ciò che gli studi sperimentali di Damasio hanno messo in luce.

Sicuramente l’autore riabilita il mondo definito spesso scivoloso delle emozioni e dei sentimenti, comunque affascinante, esaltante, immediato, a volte irrazionale e come tale pericoloso, ma lo fa riconoscendo loro un insospettato e indispensabile contributo alla sfera cognitiva.

Ammette senza alcun dubbio che in non poche circostanze pensare troppo risulti meno vantaggioso che non pensare per nulla e l’intuizione più che il ragionamento ci fa fare la scelta giusta.

La paura ci sottrae d’istinto dal pericolo, di slancio ci tuffiamo, pur sapendo nuotare poco, per salvare qualcuno trascinato dai flutti, un innamorato ne combina di tutti i colori trascinato dall’ardore. Egualmente, però, stravolti dal fuoco della gelosia o dal furore dell’ira, si compiono atroci delitti, perché del tutto incapaci di tenere a bada la primitiva aggressività.

Sono questi comportamenti dettati da emozioni e sentimenti primitivi di base, la gioia, il dolore, la paura, la rabbia, presenti nel nostro DNA da sempre, come i riflessi non condizionati della fame e della sete a cui sono a loro volta legati e senza i quali non saremmo sopravvissuti.

Ma gli esseri umani hanno affinato notevolmente tali innati meccanismi.

Non ci verrebbe mai nella mente l’idea che un uomo primitivo possa essere stato, in certi casi, più che furente, “indispettito o irritato”.

Scrive Damasio:

“E’ questo il bello di come l’emozione ha lavorato nel corso dell’evoluzione: grazie ad essa, gli esseri viventi possono agire in modo accorto senza dover pensare in modo accorto.”

Ma in quale modo l’uomo ha costruito con il tempo un sistema di ragionamento più efficace?

Il sistema automatico emozionale umano si è evoluto e sembra, sempre secondo Damasio, che nel cervello umano vi sia una:”regione nella quale i sistemi attinenti a emozioni e sentimenti, attenzione e memoria operativa interagiscano profondamente”.

Ma la cosa sorprendente che l’autore ha scoperto nell’analisi sperimentale con pazienti cerebrolesi e nel caso specifico delle condizione di Elliot, la prova determinante del suo argomentare è che :

“Quando l’emozione è completamente esclusa dal processo del ragionamento come può accadere in alcune patologie neurologiche, la ragione si scopre essere ancor più difettosa di quanto l’emozione s’intromette nelle nostre decisioni, giocandoci i suoi tiri mancini.”

E oltre a conclusione del suo lungo studio su Elliot:

“Stupefacente! Provate ad immaginare di non sentire piacere quando contemplate una pittura che vi piace, quando ascoltate uno dei vostri brani preferiti. Provate a immaginarvi completamente privi di tali possibilità e tuttavia ancora consapevoli del contenuto intellettuale dello stimolo visivo e sonoro e consapevoli del fatto che una volta vi dava piacere.

Sapere ma non sentire: così potremmo riassumere la infelice condizione di Elliot.”

La questione educativa

Sapere ma non sentire, una volta mi dava piacere, ora non provo nessuna emozione, cosa dire, il valore da attribuire ai sentimenti e alle emozioni è molto più di quanto si possa immaginare e la questione educativa, quella legata simbolicamente ai giardini personali, molto centrale.

Un neonato quando viene alla luce, con il suo patrimonio genetico e non solo, vive la realtà che lo circonda a pelle, le sue sono tutte sensazioni. Durante il primo anno e i primi sei mesi in particolare, l’intreccio affettivo con la madre è determinante ed è in tale periodo, detto dell’attaccamento, che si creano le basi del mondo più intimo, quello proprio delle emozioni. Sorrisi, baci, carezze, attenzioni, premure, sono gli ingredienti naturali perché il tutto proceda per il meglio in un clima sereno, dove ognuno è consapevole del proprio ruolo e lui è al centro degli interessi dell’intero gruppo familiare. L’ideale sarebbe questo il reciproco piacere di chi è venuto alla vita e di chi quella vita l’ha concepita ma, purtroppo, le cose non sono sempre così. I climi educativi si diversificano per tanti stili relazionali, diversi per cultura, per convinzioni e stati personali degli adulti e può accadere che essi siano, per diversi motivi, anche ruvidi, disattenti e poco rassicuranti, pericolosi.

Non si può trascurare, ora è convinzione diffusa rispetto ad passato, che si venga alla luce portandoci dietro le tracce dell’esperienza dei nove mesi di gestazione e che l’attaccamento prima menzionato si sia già costituito e il dopo sia il continuum di un legame emotivo già esistente e forte.

È il periodo dell’attesa, infatti, è lo spazio dei sogni, delle fantasie, delle carezze indirette, delle preoccupazioni, delle emozioni della madre, dal momento che sa di essere incinta e questo accade se, ancora a monte, c’è stato un “SI!

Come scrive Recalcati*:”Per diventare madre non basta mettere a disposizione il proprio corpo- il proprio utero- è necessario un “Si!”radicale, un’apertura del proprio essere, un accoglimento senza riserve della vita attesa.

Senza questo”Si!”la vita non trova ospitalità.”

Dall’ambiente, compreso quindi quello del ventre materno, dal contatto con gli altri fisico, verbale e non, dall’insegnamento e dall’esempio delle figure più rappresentative di adulti che si prendono cura di lui, il bambino, nei primi anni di vita, apprende e assorbe come una spugna emozioni e sentimenti, conoscenze, abilità e competenze e costruisce mattone dopo mattone il suo mondo affettivo più o meno rigoglioso o intricato di rovi.

L’adulto ha il dovere di favorire con competenza e consapevolezza tale sviluppo, lo deve fare con discrezione, coinvolgimento, premura, tenendo conto che ogni aspetto dell’essere umano è parte integrante di un sistema molto complesso, per altro, per buona parte a noi sconosciuto.

Tutto lascia il segno, i ricordi sono vivi e danno, pur se il tempo è trascorso, possenti emozioni che inumidiscono gli occhi.

Come non ricordare la mia Maestra e il suo profumo, il sorriso, i suoi occhi, i suoi incoraggiamenti e i suoi rimbrotti e il mio compagno di banco e di giuochi e tutti gli altri. Li ho a mente tutti pur se per molti non c’è più una reale immagine mentale o essa è molto sfocata e la reminiscenza è faticosa e vana. Ma per Marco no! Me lo ricordo benissimo, biondo, riccioluto, bravo da schifo, sapeva tutto, antipatico come pochi. Quante volte l’avrei voluto far cadere, avrei goduto come un matto nel vederlo infarfugliare, rosso come un peperone, per una cosa, una sola cosa che finalmente non sapesse, lo odiavo! E anche la Maestra che mi rapiva con la sua piacevole dolcezza e allegria, l’Avrei uccisa quando, estasiata come una torda, si lasciava andare a mille complimenti per quell’insignificante pieno di sé, degno figlio di una madre che incontravo quasi tutte le mattina all’ingresso della scuola, bella, bionda come l’odioso figlio, tutta tirata e ben diversa dalla mia, trasandata, poco curata che si arrangiava lavorando a ore nelle case dei vicini e che nel salutarmi mi baciava con indicibile affetto, sussurrando : “Mi raccomando!”

Ricordo con tristezza come sino agli anni sessanta, poi il sessantotto spazzò tutto via fortunatamente, come le giovani studentesse degli istituti secondari indossassero un lungo e funereo grembiule nero che ne celasse, nella austera uniformità, le grazie e ne mortificasse il piacere di essere donna attraverso comportamenti inibitori, che ritenevano disdicevole e inammissibili qualsiasi forma di trucco, anche quella di un semplice tratto di rossetto.

Di tempo ne è trascorso da allora, oggi si tollera di tutto e forse, a dire di qualche ben pensante, ora si è andati molto oltre, al contrario di ieri indirizzati, con rigore, ad esercitare la riservatezza la forza di volontà, a non mettersi troppo in mostra, a testimoniare di aver fatto proprio il principio del: “Prima il dovere poi il piacere”, oggi sembra assistere ad una dilagante epidemia di irrefrenabile esibizionismo collettivo. Le emozioni sono attimi, come i sentimenti a cui dare un peso relativo, passano come i mal di testa.

Dei sentimenti e delle emozioni connessi con essere maschi e femmine, per esempio, dei turbamenti dei preadolescenti e degli adolescenti, che ormai non si celano più, pochi ne parlano con gli interessati.

I genitori non hanno tempo o trovano ostico l’argomento, i docenti a scuola spesso lo ritengono non un loro compito. Eppure ognuno di noi sa, al di là della ormai vasta letteratura sui temi dell’età evolutiva, che quelli sono momenti delicati e importanti, perché dentro il mare dei sensazioni e delle emozioni è in tempesta.

E così anche a scuola dove per altro, tra non poche polemiche, qualcuno dice che sia giunto il momento di introdurre una qualche forma di educazione sessuale, proprio di emozioni e sentimenti si parla poco e non si curano con giusta attenzione. C’è solo spazio per gli affluenti di destra e sinistra del Po o, quando va bene, delle altrui emozioni, dei sentimenti di pace per migliorare la convivenza tra i popoli nel mondo, delle sofferenze dei bambini che soffrono.

Ma per le mie cose personali quando c’è spazio?

Nessuno si sogna e nemmeno c’è da aspettarselo, che qualcuno una mattina domandi con un bel sorriso sulle labbra:

”Come stai?”

E si degni di sollecitare e ascoltare la risposta:

“Come mi sento? E, mi sento nervoso!, non ho dormito, ho fatto un bruttissimo sogno”.

“Parlamene!”

E’ opportuno a scuola avvicinarsi ai singoli alunni per comprenderli, essere vicini alle loro ansie, alle loro preoccupazioni, alle loro gioie, ai loro slanci e farsene carico, o è preferibile mantenere le distanze e non entrare troppo in intimità, perché soltanto cosi i ruoli sono ben distinti e il rispetto assicurato?

Il rispetto e la confusione di ruoli non si trae dalla distanza affettiva, si ottiene dall’essere adulti autorevoli, equilibrati, modelli di coerenza, capaci di dar risposte adeguate, in un clima educativo dove i si siano bilanciati da altrettanti no motivati e chiari.

Dare concreto spazio al fluire degli stati d’animo, prendere confidenza con quel che si prova è rendersi conto che la vita emotiva richiede abilità da potenziare e migliorare in un continuo processo di crescita.

Chi nel tempo ha preso confidenza con le e proprie emozioni, i propri sentimenti, ha avuto l’opportunità, aiutato, di guardarsi dentro, di rielaborare i propri vissuti, darà prova, da adulto, di aver raggiunto un buono equilibrio, di saper ben dosare razionalità e irrazionalità, di saper combinare quanto di materno e di paterno ha dentro di sé.

*D. Goleman: L’intelligenza emotiva,BUR,1999

*A.R.Damasio: L’errore di Cartesio,Adelphi, 2008

*M.Recalcati: Le mani della madre, Feltrinelli,2015

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