Buon Natale e un 2016 colmo di FELICITA’
LA FELICITA’
di
GIUSEPPE ALESI
PARTE PRIMA
E’ ardito e delicato da affrontare il tema della felicità.
Parlarne poi in un momento in cui si è profondamente turbati e sconfortati dai drammatici eventi parigini e personali nei quali, ancora una volta, si rinnova con tutta la sua evidenza la mai sopita cognizione della vita come sofferenza umana, sembrerebbe del tutto fuori luogo.
Eppure il discuterne consente di alleggerire il peso di opprimenti pensieri e con tenacia di mantenere in vita almeno un pizzico di speranza, Theriaca dello spirito.
Scrive Claudio Guerrieri in un interessante articolo, da cui prendiamo le mosse e non solo, apparso qualche tempo fa, sulla rivista Nuova Umanità:
“Ho sempre visto con sospetto chi ha fatto dell’elogio della sofferenza purificatrice dell’esistenza la chiave di volta di ogni etica, ma ho guardato con altrettanto sospetto gli incantatori di folle mediatiche che cancellano ogni dolore e contraddizione offrendo un preconfezionato prodotto adeguato ad ogni piccolo disturbo o fastidio, offrendo l’illusione d’una soluzione, per chi la può pagare, per ogni evenienza.”
I due punti di vista, da un lato la sofferenza che monda e sublima, dall’altro la leggera illusoria superficialità di avere un rimedio per ogni circostanza sembravano essersi composti con l’uso equilibrante della ragione suggerita dalla filosofia morale di Kant; seguendo il principio del “devi” però si è forse ecceduto nel “ragionare” e questo ha comportato mortificare, e non poco, ogni anelito di gioia, essere eccessivamente severi con se stessi e con gli altri.
Pur tuttavia accantonare, come di frequente si fa ai nostri giorni, ogni sorta di dovere e di riflessione e, baciati dal benessere, ipotizzarsi onnipotenti, liberi e felici, è ben altra cosa.
Comunque sia prima di affrontare il delicato tema della felicità, le domande da porsi sono: “Cosa è questa benedetta felicità? Esiste oppure rappresenta soltanto un pio desiderio umano? E ancora, qualora esistesse, è una realizzazione individuale o collettiva? E per ultimo ha diritto l’essere umano a ricercarla e quindi ad essere felice?”
Secondo quanto scritto nella Dichiarazione D’indipendenza Americana del 1776, dove viene esplicitamente menzionata quale diritto di ognuno a perseguirla, sembrerebbe proprio di si ed è anche un diritto ma, si sa, gli Americani sono Americani, e da loro tutto è esagerato.
Comunque sia, la nozione stessa di felicità appare molto controversa e soggettiva ma, non di meno, una cosa è sicura: essa rappresenta un impulso intimo, un’intesa e profonda aspirazione umana da sempre, a conforto delle tante aspre difficoltà del vivere, come costante desiderio di stabile senso di benessere, come viatico per un tempo che fugge incurante.
La questione della felicità infatti è stata affrontata, nei tempi, un po’ da tutti i pensatori e non soltanto, in forma diretta o indiretta e talora facendola coincidere con quello che potremmo definire un compiuto, equilibrato e benefico stile di vita, caratterizzato innanzitutto da una filosofia della propria esistenza che sarebbe in grado di dare un senso di prolungata serenità.
Leopardi ne discute come viandante con il venditore di almanacchi e poi la individua straordinariamente nell’Infinito: “…interminabili spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete”, nei quali è dolce naufragare…
Della felicità ne hanno parlato, nel tempo, Aristotele (Ethica Nicomachea), Epicuro, gli stoici, Seneca e in epoche più vicine, B. Pascal, Kant, Bentham, S. Mill e poi lo stesso Freud.
Il modello di felicità proposto dall’etica classica, che la individuava nella vita virtuosa e nella saggezza, magari anche sorretta dal quadruplice rimedio contro le paure consigliate da Epicuro, oggi sembra reggere veramente poco; la virtù al momento gode di pochissimo appeal: spesso, oltre a non essere esercitata, non è apprezzata gran che e chi la pratica magari è anche deriso.
E’ infatti indiscutibilmente difficile nel vivere, oggi ancor più che in passato, scegliere e seguire con rigore una rotta, essere savio, equilibrato e prudente; si preferisce spesso andare in mare su nave senza nocchiero, alla ventura, poco ragionevolmente e per questo in assoluto non c’è biasimo, è un po’ come recitare la parte senza un copione: come va, va.
E’ difficile capire se si è veramente soddisfatti nella prima o nella seconda condizione, sono punti di vista, comunque legati al mondo delle sensazioni e delle emozioni provate nell’una e nell’altra situazione, ma in entrambe i casi quel che dovrebbe essere sicura è la presenza, in ciascuno di noi, di un fondo più o meno solido e continuo di tranquillità interiore derivante dall’essere, nel complesso, soddisfatti di noi stessi.
In un periodo storico contraddistinto dall’esaltazione dell’istante, dall’affannosa instancabile ricerca del benessere economico, la felicità, in senso esistenziale, viene considerata un’aspirazione utopica e dissennata, non necessaria, inesistente e molto sbrigativamente la si individua unicamente nell’appagamento dell’attimo.
Se esiste questo dilatato senso di benessere interiore è, come sostengono le religioni monoteistiche, oltre, al di là della siepe, come conquista, non perseguibile quindi in questo mondo, dove eventualmente la puoi assaporare soltanto a lampi e sorsi, seguendo un variegato ventaglio di piaceri individuali, per tanto sembrerebbe del tutto inutile affannarsi a cercarla e a volerla in modo stabile, di qua.
Questi effimeri terreni piaceri ti distolgono dal curare lo spirito, ammoniva S. Agostino, pur tuttavia il Petrarca spesso, suo malgrado, veniva travolto dalle voluttuosità della sua amata immersa nelle “chiare, fresche acque” e dal piacere della gloria. Sarebbe quindi felice colui che è capace di dedicarsi integralmente o essenzialmente allo spirito e prepararsi alle future ultraterrene gratificazioni?
Una vita insomma da dedicare alla cura dell’anima evitando l’amore eccessivo per ciò che è effimero, fugace e fragile per votarsi interamente a ciò che viene prospettato per durevole ed eterno? Ma non è cosa da poco! E non è per tutti.
Certo la felicità, quella che ci capita di sperimentare proprio a lampi e sorsi nella vita come dice Guerrieri, è difficile ridurla a una vera condizione di appagamento più generale, i lampi e i sorsi sono frammenti di piaceri che in definitiva non ci sono sufficienti per definirci felici. Ne accumuliamo tanti in modo ossessivo e compulsivo, quasi a volerne fare scorta, a volte riteniamo che là, più che qua si annidi una felicità che ci attrae fortemente ma che, una volta raggiunta, ci lascia delusi e assetati quanto e più di prima.
Si passa l’intera esistenza inseguendo insomma una felicità inafferrabile, che ci sfugge continuamente e che sembra si prenda gioco di noi e così ci accontentiamo delle briciole e intanto gli spazi per le sofferenze offerte dal fato e dai simili sembrano avere il sopravvento.
Orazio ricorda a Bullazio “un’irrequieta indolenza ci tormenta e andiamo per mari e per terre inseguendo la felicità. Ma ciò che insegui è qui!”(Quod petis hic est).
Già Seneca ben due mila anni fa suggeriva di non dissipare il tempo e di “non giudicare mai felice un uomo il cui equilibrio dipende da una prosperità materiale. Si sostiene su fragili basi chi è soddisfatto di un bene che sopraggiunge dall’esterno: una gioia di questo genere se ne andrà così come è entrata.”
Ma caro Seneca, la ricchezza, la prosperità, la gloria forse non danno la vera felicità, figuriamoci la povertà e il non essere proprio nessuno!
Così recita un semplice quanto efficace detto popolare.
Che il benessere e l’eccessiva ricchezza comunque non si accompagnino spesso alla felicità è cosa nota, si ha tutto esternamente, un insulto quasi per chi ha poco o nulla, ma dentro si è presi da un’irrequietezza, oraziana, senza fine e c’è un vuoto assoluto, una povertà d’animo che raggela e rende, nella sostanza, veri poveri infelici.
Ricchi e straricchi, poveri e poverissimi ci sono sempre stati da quando, come disse qualcuno, l’essere umano tuonò: “Questo è mio!”
E tutto ciò che era prima di tutti, fu suddiviso in proprietà, recintata con muretti e steccati per confini e difeso con le mani e con i denti. Per altro da lì si avvia quel lento processo di civilizzazione intrapreso dall’uomo che lo porterà nel tempo ad allontanarsi sempre di più dalla dimensione naturale, animalesca, verso una dimensione culturale, nella quale deve rinunciare per una esistenza più sicura, ma meno felice come sostiene Freud, a molte delle sue pulsioni, alla possibilità di soddisfare a piacimento i suoi desideri.
Comunque sia la felicità, quella più schietta e stabile, quella umana, sembra si rintracci più spesso nelle cose minute, nelle situazioni più dimesse, dove si vive di poco, senza tanti grilli per la testa, nella frugalità, dove i sentimenti positivi appaiono allo scoperto, privi di schermi, in tutta la loro freschezza e genuinità; si ritiene che alberghi un po’ meno nell’opulenza, qui si palesano più frequentemente l’egoismo, l’arroganza, il disprezzo e la superficialità.
Forse è apprezzando proprio le piccole cose che ci mettiamo in contatto con quella intimità interiore, più o meno ricca e consistente, che ci rasserena, ci concilia con gli altri, con il mondo e ci fa cogliere qualche significato nascosto.
La storia di Filemone e Bauci nelle Metamorfosi di Ovidio è un esempio, un delicato quadretto umano che ha superato il tempo che tutto travolge ed è giunto sino a noi dal mondo pagano, diventando immortale, infinito e ci sarà pure una ragione!
E nel mondo cristiano, molti secoli più avanti, un frate di nome Francesco fu fatto Santo ed indicato come esempio per tutti di povertà felice, di semplicità, di umiltà e di amore incondizionato verso il prossimo e verso Dio.
Che Filemone e Bauci e S. Francesco fossero inondati dalla felicità e come tali non avessero mai avuto a che fare con un dolore magari dovuto ad un umile mal di denti, è poco credibile, certo che no!
Ma noi non ci pensiamo, li vogliamo così come ce li raccontano e comunque, dove ragionevolmente fosse accaduto che quale afflizione l’abbiano patita, la sofferenza fu tollerata con adeguata straordinaria dignità, forti dei loro sentimenti.
PARTE SECONDA
Il discorso sulla felicità, come si è visto, se ne è andato un po’ di qua e di là, ma perché, pur avendone un’idea, è difficile definirla bene e allocarla con altrettanto precisione; ci sfugge, ed anche per questo la si desidera ardentemente e la si cerca con assiduità sentendone il profumo.
Diciamo che alcune cose sono ricorrenti nel parlarne, almeno di quella eventualmente perseguibile sul pianeta terra, per l’altra ci appelliamo, almeno noi cristiani e direi un po’ per tutti coloro che credono in una sovrana Divinità, nella speranza di un mondo trascendente straordinario.
La prima cosa è che la si identifica frequentemente con la serenità e a volte la si associa al benessere e alla ricchezza, in effetti la condizione di prosperità toglie molti affanni esistenziali, sono sicuri il cibo, un tetto, una migliore qualità di vita, l’agiatezza non assicura la salute, ma certo consente, al bisogno, di curarsi meglio.
La si fa coincidere spesso con il piacere con la P maiuscola, con gli attimi fuggenti e così chi è economicamente più solido, li ha a portata di mano e se li compra a volontà, viaggia, possiede ville e macchine di lusso, ecc. seguendo la logica quantitativa di J.Bentham di aumentare i piaceri per essere più sereni e felici.
La si ritiene sorella della fortuna che s’invoca con insistenza e che, sorda e bendata, abbraccia invece a caso uno o l’altro, senza logica, né calcolo.
Ma se la si percepisce più di frequente nelle situazioni economiche e sociali più modeste o addirittura di ristrettezza e la si assapora nel contatto con le cose più semplici, nella bellezza di un fiore, nell’incanto di un sorriso, nell’armonia di un amore corrisposto e dopo una un dolore o una sonora e amara sconfitta, dopo un scampato pericolo e dal sottile piacere che ci deriva si trae quasi tutta la forza per andare oltre, allora può sembrare che qualcosa non torni.
Essa è, quindi, lo stato di benessere che si coglie nella sua interezza dopo un periodo di desolante malessere fisico o psichico, quando le cose vanno fortunatamente molto meglio, come si è soliti dire?
Verrebbe voglia di arrendersi, di rinunciare a cercare una felicità permanente tanto desiderata, che è difficile persino definire e allogare con precisione, che va e viene e che sentiamo che esiste perché fa capolino un po’ dappertutto.
Già Freud, come accennato, considerava la ricerca della felicità un impulso primitivo e inutile, dal momento che la civiltà limitando la soddisfazione delle pulsioni e dei desideri, offre all’individuo un’esistenza più sicura, proprio questa perdita di libertà, che ci rende meno felici, ma non infelici, ci dovrebbe rendere forse più sereni, ma non sempre è così.
Certo non siamo nell’Eden, ma stento a pensare che proprio nulla sia rimasto, e sia perseguibile in questo mondo, di quella beatitudine. La gioia, il piacere in quanto tale sono destinati a durare il tempo di un baleno, in una dimensione tutta costretta nell’estasi dell’istante che nulla ha che fare con il duraturo.
Alla fugace estasi del riempimento, alla felicità che ne deriva spesso susseguono noia e insoddisfazione, perché la si percepisce, pur se entusiasmante, parziale e relativa. La vorremmo durevole, capace di superare il vincolo della caducità, “ancora e sempre”, ma non è così.
Piacere, gioia, soddisfazione, ebbrezza, sono relegate in modo radicale all’inafferrabilità dell’attimo e la società del benessere e dei consumi ci offre a profusione illusorie quanto fasulle felicità.
Ci fa dimenticare che la felicità si alterna alla sofferenza, al dispiacere e al tormento. Affiora quando il travaglio molla la presa, anzi forse essa esiste per questo, come contrappeso, è il bene dopo il male, è il buono che annulla il cattivo, è il riempimento dopo il vuoto.
Al di là di tutto e quindi della stessa felicità, nel vivere quotidiano spesso chiediamo, più semplicemente, un po’ di serenità, eppure anche la natura di tale stato d’animo appare, come dice Massimo Donà, “alquanto misteriosa”, però la serenità, pur se meno entusiasmante, comunque tanto invocata, potrebbe essere forse più afferrabile e perseguibile. Essa infatti è dentro di noi, non la si trova all’esterno, è racchiusa tutta in quelle minute certezze che danno il senso al nostro pensare e all’agire. E’ contenuta nella consapevolezza di tutti i nostri limiti e possibilità, degli errori che facciamo, nel convincimento che il bene e il male, la felicità e l’infelicità sono dialetticamente connessi, che un mondo giusto in assoluto è una noiosa utopia.
Dunque potrebbe essere questa rasserenante intima consapevolezza a condurci più frequentemente nel terreno della gioia?A mantenere in vita, malgrado tutto, una miriade di sogni, a provare piacere se qualcuno ci sorride e ci fa una semplice carezza. Questo ci fa fiorire dentro, ci apre verso gli altri, ci consente di essere partecipi, di perderci negli occhi di una persona, di incantarci dinanzi all’opera d’arte e alla Bellezza più in generale.
E’ questo che ci apre anche a piaceri più alti e nobili, non quindi la semplice utilità e quantità di J. Bentham, ma la qualità di J. S.Mill, che porta verso una dimensione spirituale, non trabocchevole, pensata come ragionevole progetto di vita.
La felicità non alberga nell’egoistico individualismo, per percepirla come possibile è indispensabile l’altro, la si sente nella condivisione, nell’accogliere, nel dare e avere, perché gli altri sono tasselli del nostro mosaico.
Condivido l’idea di C. Guerrieri, da cui abbiamo preso l’incipit, che fiorire dentro di noi e nell’altro, possa essere la prospettiva per raggiungere la più realistica felicità possibile a portata dell’uomo.
