Anche la scuola deve “saper stare al mondo!”
Se vuole educare a ciò le nuove generazioni.
Non si può dissipare altro tempo e vivere smarriti
e passivi le sfide dei nostri giorni.
Alesi Giuseppe
IL TEMPO E LA TEMPESTA
LO SCENARIO
Viviamo un momento storico e culturale, il ventunesimo secolo, contraddistinto da novità inusitate, da repentini e imprevedibili cambiamenti, che si susseguono senza quasi dare respiro e tempo per un adattamento. Sentiamo un acuto senso di vivere costantemente insidiato e fugace e il tempo, che appare sempre esiguo, perlopiù, lo sciupiamo, ricordando Seneca, senza alcuna cura, in mille futili affanni.
Non è solo il clima che ci sorprende e turba con le sue stranezze, le sue devastanti bombe d’acqua, c’è Ebola, l’ ISIS, l’economia traballante, un debito pubblico stratosferico, c’è, ancor più, l’accelerazione del naturale dinamismo degli eventi, che ci allerta e ci renderci nervosi. La ruota gira vorticosamente, come in una giostra e pur se euforici e rapiti dalle meraviglie, nel contempo, percepiamo un senso, intimo e più intenso, di precarietà, incertezza e instabilità, che ci avverte che tutto non è più ormai come prima, ma neppure come ieri.
Spesso non si fa in tempo, ci crucciamo per averne poco a disposizione, lo ricorriamo ansiosi, perché vediamo che tutto cambia continuamente e scorre velocemente, “fluido” come l’acqua sotto i ponti.
Azzardare previsioni, ipotizzare il domani, ammesso che sia stato mai possibile farlo con successo, è vano esercizio, è formulare, legittimamente e quando lo è consapevolmente, vere stupidate.
La cosa certa è che le acque sono, oggi, continuamente agitate. Una tempesta comunicativa e conoscitiva e non solo, mai vista prima, ci inzuppa, privi di ripari, da capo a piedi e l’impegno per collegare, decodificare, per non restare indietro, dei più, al momento, è tale che non c’è tempo per guardare tanto lontano e spingerci a pensare al domani.
Cavalcare le onde dell’esistenza quotidiana, in queste condizioni, può risultare, se mentalmente tanto disattrezzati, talora snervante e arduo, quanto pericoloso. Il rischio è di essere trascinati via e inghiottiti dalle onde grosse degli eventi, senza neppure rendersene conto.
E ALLORA?
Quali strumenti e strategie personali e di gruppo potrebbero essere messi in atto in tali frangenti?
Le personalità forti, sicure, intransigenti, rigide e resistenti a qualsivoglia mutamento, quelle insomma che credono di aver capito tutto, sembrano decisamente le meno idonee a navigare e governare simili flutti, costoro al bisogno amano sentenziare, vedono, in genere, il cielo tutto nero e la tempesta vicina e pericolosa e, di solito, si ritraggono, cercando un luogo sicuro dove ripararsi e nascondersi, disdegnano qualsiasi cambiamento.
I venti più forti fanno piegare le esili canne, ma stroncano, da sempre, i rami resistenti e rigidi.
Comunque quando il vento del cambiamento si fa sentire, c’è chi impaurito tira su alti muraglioni, ma, fortunatamente, c’è anche chi, con acume e audacia, s’ingegna, riflette, usa al meglio il poco tempo a suo favore e costruisce mulini a vento.
La flessibilità e l’ agilità di risposta, come anche l’inventiva e la creatività, la capacità di lavorare in gruppo, di ottimizzare i tempi, di leggere con scrupolosità e prontezza gli eventi, sono considerate le strategie più idonee per poter vivere le stagioni problematiche, fortemente innovative e competitive.
Flessibilità delle istituzioni, inclusa ovviamente la scuola, che spesso, ignara dei mutamenti epocali in atto, del sentire diverso dei giovani, della loro frequente silenziosa solitudine affettiva, di famiglie, molto diverse, affannate sovente dalla mancanza di tempo, lontana da tutto e da tutti, affoga inerme nei suoi obsoleti rituali di note disciplinari e consigli di classe.
In questo scenario determinanti risultano i contributi offerti dalle personalità flessibili, intuitive, che sanno cogliere le opportunità, che sostenuti da un pensiero divergente e creativo, dalla capacità di lavorare in team, di fare squadra, sonno gestire in maniera costruttiva il tempo, tiranno, che scorre celermente tra le dita e sono ottimisti, malgrado tutto, come il principe Calaf in Turandot, ma, queste personalità, sono poche.
Costoro sono infatti persone più adatte di altre a non smarrirsi, basiti, a leggere, interpretare, agire e reagire celermente alle tante novità introdotte, d’un fiato, da una incontenibile globalizzazione, che ha cancellato i confini nazionali, ha imposto nuovi scenari, situazioni inattese, talora anche conflittuali e imbarazzanti, la rivisitazione rapida di antichi, intimi, solidi convincimenti e certezze, quali quello che Noi siamo i migliori e che gli involtini primavera, qua, non avranno futuro.
Se le parole chiave sono, quantomeno, flessibilità e agilità di risposta, c’è urgenza di formare un numero crescente di personalità aperte all’innovazione, in grado di far gruppo e costruire mulini, più che innalzare muri, per gestire una realtà complessa.
E così proviamo a esemplificare, concretamente, la realizzazione, a livello scolastico, di tali esigenze, perché, è cosa nota, è la qualità dell’istruzione e della formazione a garantire un futuro di crescita in un mondo tanto competitivo.
Le basi per una buona scuola
Flessibilità e agilità di risposta si addicono, a sistemi complessivamente snelli, liberi da eccessivi vincoli e orpelli burocratici, con una chiara individuazione di colui che gestisce, decide e risponde dei risultati, di una leadership, quindi, ben definita, estroversa, tenace e convincente, che sappia ricercare alleanze e puntare al miglioramento e all’innovazione.
Le scuole disseminate nel territorio, sono realtà giuridiche autonome, parcellizzate, e incapaci come tali, da sole e in ordine sparso, di dare risposte adeguate alla crescita culturale di quanti vivono in ambienti territoriali ampi, contraddistinti da una poliedrica complessità.
La loro forza ed efficacia la rintraccerebbero se in rete, in un sistema di squadra, preferibilmente verticale, primaria, secondaria, università, individuano un piano educativo territoriale d’insieme (PET), studiato e concordato, con obiettivi condivisi, anche con le altre agenzie educative, le realtà produttive e politiche di zona.
Una sorta di regia, in cui le risorse economiche e umane vengano attentamente organizzate e canalizzate, secondo criteri di priorità di intervento e la scelta di attività ritenute calzanti, di più ampio respiro, una azione costantemente monitorata, nel tempo, per valutarne l’efficacia e gli esiti, seguendo la logica, ormai ineludibile, della trasparenza e della rendicontazione sociale.
L’autonomia scolastica va quindi sostenuta e completata con convinzione, perché esca da un limbo dove prosperano contraddizioni, luoghi comuni e una stucchevole, quanto improduttiva, retorica, che si nutre di parole e che mortifica e rende vani gli sforzi di chi ci lavora, di chi vorrebbe fare e, ancor più grave, demotiva e sconforta i giovani che la frequentano già con scarso entusiasmi, che, per meglio capirci, perde tempo.
La società necessita veramente di una “buona scuola”, per aumentare il numero degli intraprendenti, per formare giovani con caratteristiche che consentano loro di orientarsi e affrontare le sfide che la nuova temperie impone, con consapevolezza e a fronte alta, che non si esercitino nello sforzo, vano e ingannevole, di predire il futuro, ma di costruirlo.
Parlare di buona scuola vuol dire parlare di buoni docenti e di positivo clima scolastico, la qualità, le caratteristiche della vita all’interno degli istituti.
Per quel concerne i docenti, capitolo molto vasto, intrigato e controverso, e tutto quel che concerne le modalità di formazione e reclutamento, il loro stato giuridico, la retribuzione, mi limiterò, semplicemente, rispettando la logica seguita dal presente scritto, ad evidenziare che possono formare spiriti motivati e liberi, menti divergenti e creative, personalità duttili e intraprendenti, soltanto personalità altrettanto libere. Docenti, quindi, con stili mentali flessibili, equilibrati, dal comportamento vivace e trascinante.
Che abbiano, in sostanza, la stoffa di Capitano come il prof. Keating*, il resto è aria fritta, è come voler fare i cannoli senza la ricotta.
Il clima scolastico che in molte occasioni è stato individuato come essenziale per una buona scuola, vivace e orientata, come la si auspica da tempo, è ritracciabile unicamente in istituti in cui la relazione interpersonale, dentro e fuori le aule, è curata, di buon livello, come anche l’ambiente, la struttura e gli arredi. E’ li che si rintraccia una diffusa buona dose di motivazione, le idee sono sufficientemente chiare per tutti su dove si voglia arrivare, sulle priorità e le scelte operative da mettere in atto, perché si ha la fortuna, per altro, di avere alla guida dell’istituto un Dir. Scolastico altrettanto motivato e sereno e con in testa una idea di scuola.
In questi contesi e con questi presupposti e possibile realizzare innovazione, un scuola grande laboratorio di idee, di possibilità, di esperienze, nella quale è fattibile andare oltre ciò che è già scritto, nella quale ci si educhi a fare buon uso del tempo e nella quale è piacevole intrattenersi, perché in essa si coltivano, con cura, le legittime originalità e inclinazioni di ognuno e, con attenzione, si percepiscono i fruscii impercettibili dei sentimenti.
Non si tratta più, per tanto, di trasmettere conoscenze, abilità e competenze ma, essenzialmente, di disporre tutte le condizioni più idonee allo sviluppo di costumi mentali del tutto nuovi, la spiccata capacità di affrontare e risolvere problemi, l’adattabilità a contesti nuovi, l’attitudine al fare, partecipare e cooperare, all’ ascoltare e pesare.
Forse questa potrebbe essere una scuola vera palestra di vita, tale da instillare nell’animo dei giovani l’entusiasmo del:
”Nihil difficile volenti” e non c’è tempesta che regga.
Si tratta, in conclusine, di sollecitare nei giovani una graduale e apprezzabile conoscenza di sè e delle potenzialità che possono esprimere, di spronarli e sorreggerli nel manifestarle, nel tradurre le idee in azioni concrete, di assumersi i rischi che ne derivano, di pianificare i percorsi del fare e di gioire degli obiettivi raggiunti, di assumere consapevolezze di maggiore spessore.
“Il sapere stare al mondo”, come si legge nelle Indicazioni Nazionali, come cittadini italiani e contemporaneamente come cittadini europei e del mondo, vuol dire stare in “questo mondo”, con la sua realtà tanto dinamica, traboccante di stimoli, affollata di novità e di stupefacente tecnologia multimediale, di mescolanze culturali preoccupanti, stimolanti quanto intriganti, come il sapore piccante del Kebab.
Solo così la tempesta apparirà come una semplice, anche se considerevole, turbolenza e il tempo meno tiranno e fuggitivo, perché, ricordando il grande Seneca:
“cogita semper qualis vita, non quanta sit”*, “pensa sempre alla qualità della vita, non alla sua quantità”.
Con gli ormai noti e lodevoli, negli intendimenti, dodici punti di interventi previsti dal Governo, ci viene su un bel rammendo, ma rimane il fatto che il tessuto della scuola è liso, vecchio e sdrucito da tutte le parti
e necessita di interventi strutturali profondi, senza compromessi, che osino accantonare la stagione della ridondante collegialità, e avviare una stagione di vera autonomia.
Anche la nostra scuola deve “sapere stare al mondo”.
*L’attimo fuggente,film,1989
*La brevità della vita, Seneca, BUR,1993
