Ven. Set 11th, 2026

Ieri e oggi, l’inclusione c’è, quando incontri la persona giusta al momento giusto.

C’ERA UNA VOLTA

di

GIUSEPPEALESI

C’era una volta un tempo che scorreva lentamente e una scuola, un edificio grande, austero e solenne come un monumento almeno nelle grandi città, che aveva frequentato tuo nonno e poi tuo padre e poi anche tu.

Tutto sembrava restasse infondo immutato e la favola della vita si ripeteva quasi identica, dandoti la sensazione illusoria che il tempo per certe cose non trascorresse.

Per i sentimenti gli spazi erano limitati, doveri e poche chiacchiere, ma si sognava tanto e gli amori veri erano rari o impossibili, ma se si realizzavano finivano per essere unici e per sempre.

Il cucciolo di uomo, tanti nelle affollate famiglie patriarcali contadine, anche perché la mortalità infantile era assai alta e le braccia nei campi non erano mai troppe, veniva allevato secondo criteri tramandati da madre in figlia, doveva crescere in casa e in fretta. Bisognava guadagnarsi presto autonomia e pane, lavorando nei campi, tra mucche, asini, galline e alti pagliai.

In giro si sentiva forte il profumo intenso del fieno e della legna che ardeva nei camini. Le scarpe, quando c’erano, dovevano durare a lungo, come gli abiti per lo più fatti in casa e firmati dalle sarete domestiche, che facevano in casa anche il pane, lavavano i panni alla fonte e avvizzivano presto.

L’istruzione in un epoca contraddistinta essenzialmente da una economia agricola di sussistenza, da diffusa povertà e indigenza, da ruoli sociali ben differenziati e rigidi, non era accessibile a tutti. La si riteneva appannaggio dei figli privilegiati dei nobili, dei benestanti che se la potevano quindi permettere e che avevano magari anche la radio, usufruivano delle balie e andavano in viaggio di nozze quando si sposavano.

L’istruzione i più la consideravano, per altro, perdita di tempo per chi doveva quotidianamente garantire il cibo per sé e la numerosa famiglia; inutile e fuorviante per le classi più umili e per le donne, che sarebbero state distolte dai mestieri che si tramandavano di padre in figlio e da compiti e doveri ben chiari sanciti dalla società e non eludibili.

Sembra di parlare di chi sa quale epoca lontana, quella che, per meglio intendersi, non vedeva in tutte le case luce, acqua corrente e servizi igienici; il bagno i benestanti lo facevano una volta a settimana e andare a Milano, ancora in treno a vapore, era un’avventura come per Totò e Peppino in “Mala Femmena”.

Non erano che gli anni cinquanta e sessanta, una sessantina di anni fa.

Guardandoci intorno, tranne qualche esiguo lacerto, di questo mondo non esiste più niente, tutto è sparito compresi i rimedi della nonna, che tamponavano e risolvevano gli affanni di salute più semplici, oggi sostituiti da una infinita quantità di pillole e soluzioni di ogni tipo, specifici, così vengono spacciati, per ogni piccola cosa.

Il cambiamenti sociali e culturali, nell’arco di pochi decenni in particolare, sono stati di vaste proporzioni, profondi e travolgenti.

Oggi abbiamo il web, i social, internet, gli smartphone, un affascinante mondo di connessioni e comunichiamo con tutti e dovunque in tempo reale. Per saper qualcosa più degli altri ieri si doveva andare unicamente a scuola, leggere libri, andare in biblioteca.

Oggi la conoscenza ti arriva a valanga da più fonti e se vuoi la puoi cercare di persona con un semplice clic.

L’EDUCAZIONE DEL CUCCIOLO DI UOMO

L’educazione del cucciolo di uomo, in natura la più lunga, inizia nel grembo materno per nove mesi, continua tra le mura di casa per un ulteriore anno, massimo tre, e oggi si combina successivamente e si completa in istituzioni specializzate e organizzate dalla comunità per l’educazione, formazione e istruzione delle nuove generazioni.

Un periodo, quello scolastico, reso alla fine del 1800 obbligatorio sino a dieci anni, diritto all’istruzione, adesso prolungato sino a sedici anni e, come obbligo formativo, sino a diciotto.

In passato si è tenuto distinto nettamente il ruolo della famiglia da quello dell’istituzione scolastica, alla prima era affidata una funzione eminentemente educativa, alla seconda un ruolo prevalentemente istruttivo , il leggere lo scrivere e far di conto che i più ignoravano. Questa separatezza, forzata, era dovuta e voluta da una società nella quale la ricchezza si misurava in terreni posseduti, in numero di animali nelle stalle e in quintali di grano prodotti e nella quale ognuno doveva saper stare al proprio posto.

A scuola, quando cominciò a diffondersi e ad essere, almeno per i primi dieci anni obbligatoria sul serio e anche le classi meno ambienti ne cominciarono a capire l’importanza, si andava con il grembiule rosa per le bambine, blu per i maschietti, in classi separate ovviamente e anche le maestre indossavano la loro divisa; l’aria che si respirava era solenne, pochi i sorrisi, come anche in casa, tanti i rimproveri e di quelli che lasciavano il segno.

La scuola, quella dei grembiuli e dei fiocchi bianchi, severa, per pochi ed ad ascensore, nella quale più cose conoscevi, più ti era garantita la promozione e il successo anche sociale, è sparita come la società e la cultura che la sostenevano. La serietà e, per allora, la professionalità di profilo alto, Carducci e Pirandello erano stati professori di scuola prima di diventare famosi e avere il Nobel, erano cose normali. Diventare infatti prof. era per pochi e per nulla facile: dopo la laurea, bisognava superare due impegnativi e fortemente selettivi concorsi, quello per l’abilitazione all’insegnamento e il concorso a cattedra.

Qualche nostalgia? In parte si!

Quella era una Signora Scuola, seppure escludente come la società di cui era espressione, era chiara la sua missione e, non di rado, ti faceva incontrare la persona giusta al momento giusto, quella che ti facilitava il compito, con la quale apprendevi con facilità, che ammiravi e stimavi per la sua cultura e per le sue particolari qualità.

Era quello un mondo molto diverso, le donne si curavano ancora essenzialmente della casa, cucinare, lavare, allevare la prole e vista la loro innata e naturale attitudine a dedicarsi ai più piccoli, come prolungamento, se avevano studiato, anche a fare le Maestre a scuola. Andavano dal parrucchiere, chi poteva, nelle ricorrenze importanti e le estetiste, per la maggioranza delle donne, erano del tutto sconosciute.

Dopo la tragico epilogo della seconda guerra mondiale nasce la Repubblica, l’Assemblea Costituente scrive la nuova Carta Costituzionale, nella quale il “Per volontà di Sua Maestà” è sostituito dal “Per volontà del popolo italiano”.

Votano adesso anche le donne…

C’e ancora tanta miseria, tante macerie e tanti dolori, ma una voglia straordinaria di ricostruire, di riscatto.

E l’America, gli Stati Uniti ci affascinano, ci fanno sognare, vogliamo imitare il loro stile di vita, il loro masticare la gomma, la musica, la loro moda, la loro modernità, la loro lingua, la loro determinatezza e libertà.

Si avvia un processo di cambiamento che assume inizialmente l’entità di una piccola fiammella che ben presto avrà la natura di un falò e progressivamente di un incendio di grandi proporzioni, tale da trasformare radicalmente, in pochi decenni, il modo di vivere e di pensare in Italia, come anche in tutto il mondo occidentale.

Una realtà culturale e sociale completamente nuova, con esigenze totalmente diverse rispetto al passato, si è andata sempre più consolidando con l’esplosione della economia di mercato, dell’industria, della tecnologia e con la prosperità che ne è derivata.

Come attraverso un grande caleidoscopio, della esistenza umana appaiono immagini mai viste e infinite combinazioni di colori, nazioni e continenti, mai prima così vicini, intrecciano rapporti, contaminano preesistenti culture.

Un vero terremoto la globalizzazione che tende a far perdere ogni rassicurante l’identità a singoli individui e popoli sospingendoli verso un’altra natura, dai profili appena accennati, incerti e molto vaghi; il passaggio crea in tutti inquietudini e smarrimenti, per alcuni l’euforica emozione adrenalinica tipica degli sporti estremi, e per altri paure paralizzanti, visioni apocalittiche.

La faticosa conquista di una identità punteggiata da certezze, prospettive, visioni filosofiche del vivere e del mondo si sono frantumate, si sono mostrate fragili e vulnerabili.

Ci si confronta con nuove sfide, come l’Europa unita economicamente e politicamente, con cambiamenti epocali e veloci; i milioni di immigrati che giungono massicciamente nel nostro continente ci impongono una convivenza non facile, rapidi adattamenti mentali e culturali, preoccupanti ma ineludibili mescolamenti; non è per nulla facile far proprio il convincimento che la diversità è ricchezza.

La sensazione che si prova è quella di stare costantemente in bilico, assillati e assediati da una persistente instabilità, da una incertezza sistematica con cui secondo E. Morin dovremmo abituarci a convivere e che paradossalmente dovremmo anche apprezzare.

E’ un fatto: gli uomini, le donne, i giovani e i bambini di oggi sono lontani anni luce da quelli degli anni cinquanta, c’è benessere diffuso, tanto tempo libero una volta inesistente; a fronte al non buttar via nulla, al vivere frugalmente e risparmiare di un tempo, si spreca di tutto senza neppure pensarci su più di tanto… e guai a chi lo mette in discussione o vuole essere partecipe del nostro benessere!

TEMPI NUOVI, LA SCUOLA…

In questo contesto la scuola, che non detiene più, da tempo, il monopolio del sapere, come accade in tutte le libere società di mercato, ha subito non pochi mutamenti per adeguarsi, in verità con inaudita lentezza, alla nuova realtà culturale e sociale.

Il processo di innovazione ha preso spunto da quanto previsto dagli articoli 3 e 34 della Carta Costituzionale e ha capovolto l’impostazione culturale tradizionale e più intima di qualche decennio fa.

Da scuola per pochi, fortemente selettiva, si è trasformata in istituzione aperta a tutti, adottando gradualmente sensibilità in passato del tutto assenti e comunque non ritenute neppure idonee per una seria formazione, che invece vedeva nella austera severità elitaria la carta vincente.

Oggi la scuola accoglie e si confronta con i bambini disabili e, visto il forte processo immigratorio degli ultimi decenni, con una straordinaria presenza di stranieri con idiomi e culture diversi, per non dire dei genitori molto meno docili e particolarmente polemici.

Tali novità il tessuto scolastico le ha assorbite con estrema fatica e non poche contraddizioni, incontrando forti resistenze intellettuali da parte di tutti coloro che vedevano in ciò il totale tracollo della Scuola italiana.

I docenti, particolarmente quelli più avanti negli anni, non sono ancora riusciti a trovare, disorientati, un convincente denominatore comune, pongono frequenti ostacoli e resistenze a qualsiasi cambiamento e spesso sono trascinati dagli eventi che incalzano e che stentano a governare.

Molti affezionati a vecchi schemi d’insegnamento e a rituali, vanno in ordine sparso, convinti della bontà della loro ricetta educativa, non amano confrontarsi e lavorare insieme e disdegnano, anche in virtù di una fantasiosa libertà d’insegnamento, ogni sorta di valutazione del loro operato.

Il quadro generale non è dei migliori: malgrado l’autonomia delle istituzioni scolastiche, voluta per snellire e per avvicinare l’offerta formativa alle esigenze territoriali, malgrado gli obiettivi educativi e formativi dettati dall’agenda europea, malgrado gli interventi normativi nazionali, permane nei fatti molta confusione.

Si evidenzia un deleterio l’affollamento di compiti di cui la scuola sembra debba farsi carico, un difficile dialogo con alunni e genitori esigenti e ben poco addomesticabili, l’intolleranza e la diffidenza per i confronti internazionali e i risultati poco incoraggianti che ne scaturiscono.

La scuola inclusiva, elaborata e auspicata dalla lungimirante teorica dottrina universitaria trova modesti e poco convincenti riscontri nella pratica scolastica, riscontri confusi o del tutto assenti nelle scuole superiori.

La mancanza di verifiche e di valutazione degli esiti di interventi e progetti è una endemica patologia, il lavoro corale e di team sofferto ed eluso nei fatti.

Che, più che in passato, ci sia necessità di particolare professionalità per svolgere il lavoro di insegnante è cosa certa, ma sembra sia difficile da comprendere sia in basso che in alto; non si tratta più semplicemente di alfabetizzare, di far si che tutti sappiano leggere scrivere e far di conto, di spiegare quali siano le procedure per cui, una volta apprese, tutto è a posto e il compito è concluso e corretto.

Le conoscenze molto utili nel passato, vanno oggi tradotte in solide competenze reali e tali da promuoverne autonomamente altre, un sapere quindi flessibile che produce altro sapere, capace di affrontare la complessità delle moderne sfide, che sappia alimentarsi e modificarsi per tutto l’arco della vita.

E’ cosa arcinota che l’apprendimento tra i banchi si facilita e si stabilizza se l’insegnante sa mantenere accesa la motivazione, è cioè capace di saper scegliere i temi più idonei alle attitudini dei bambini o dei ragazzi che siano, li sa esporre, è in grado di creare un clima di apprendimento operativo e coinvolgente, non soltanto ripetitivo, monotono e passivo, rispetta i ritmi di sviluppo cognitivo, fisico e psichico.

Un buon insegnante, sa preparare un ambiente accogliente, ascolta, osserva, sa aspettare, sostiene, incoraggia, aiuta, sa mantenere nel gruppo classe una efficace relazione, un livello d’ansia molto basso, ha un buon controllo personale, è in grado di gestire le proprie incertezze e impazienze, ma prima di tutto è seducente .

Non è cosa da poco, anche per lui necessitano conoscenze e competenze di livello alto, che vanno costantemente aggiornate, e particolari attitudini personali, un professionista di elevato profilo, selezionato con cura.

Tranne rare eccezioni un docente diverso per una scuola nuova ancora non c’è e così viene a mancare proprio colui, l’ingegnere, che dovrebbe costruire nei fatti, dalle fondamenta il nuovo edificio.

E ALLORA?

Al di là delle parole e in attesa di vedere un po’ di luce infondo al tunnel della travagliata vicenda scolastica, potrebbe aiutarci un esempio di un buon modo di condurre il proprio lavoro da docente, potrebbe essere utile per riflettere come talora piccole cose rendano adeguata e fruttuosa un’attività, che diventa così di per se inclusiva, perché condotta con alcune caratteristiche di base la cui assenza compromette ogni ipotesi pratica di accoglienza.

Da qualche tempo si sente parlare di una particolare, brava, docente universitaria e i suoi interventi si rintracciano numerosi sul web; su Facebook la si incontra spesso e basta comunque cliccare Lucangeli Daniela per vederla spuntare sorridente di qua e di la.

Quale è il motivo della sua notorietà e del suo successo?

Si interessa di intelligenza numerica, un argomento per altro neppure tanto stuzzicante.

Di docenti universitari bravi, preparati, ce ne sono tanti e le cose che lei dice non sono, per altro, novità assolute, eppure risulta in questo momento molto apprezzata.

Vediamo di capirne le ragioni.

La cosa che per prima appare evidente è che quel che lei dice rimane in testa, l’apprendimento “mi viene facile” come lei stessa direbbe e questo è sicuramente legato al fatto che riesce a catturare l’ascoltatore, se lo porta con sé, lo coinvolge, lo seduce.

Il “sapete nuotare?” che lei usa per far comprendere cosa significhi conoscere una procedura, ma non possedere competenza è umoristico e di grande efficacia; anche la voce un po’ stridula per il vero e forse non tanto aggraziata, s’impone per originalità, come il gesticolare in modo ampio che accompagna, sostiene e sottolinea efficacemente il suo esporre.

Il sorriso, a mò di cornice, è costantemente presente e ben si sposa con la sua bella figura di donna: è un vero spettacolo!

Allora ecco le chiavi del suo successo e innanzitutto il segreto del suo efficace modo di fare la docente; tutti ricordano con piacere cosa lei amabilmente e con competenza dice.

L’apprendimento è così assicurato e anche l’inclusione.

Potremmo allora sostenere e questo a ben guardare accadeva anche nella scuola di un tempo, che quando incontri la persona giusta nel momento giusto tutto “mi viene facile” e sento di essere dentro e contento di esserci.

Per non lasciare al caso questo il fatale incontro, potremmo ipotizzare di assumere nelle scuole italiane solo docenti con tali caratteristiche?Sarebbe una scelta vincente ne sono certo!

Questo dovrebbe indurci a pensare che non tutti, pur se arche di scienze, hanno la stoffa per svolgere un tale delicato lavoro e che senza buoni docenti qualsivoglia inclusione viene nei fatti preclusa.

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