NIOBE
DI
GIUSEPPE ALESI
Sull’utilità di vergognarsi e arrossire
quali rimedi alla superbia e segni del limite
Era (Giunone), moglie di Zeus(Giove), mal tollerava i continui tradimenti del marito, ne era gelosa e se poteva non gli e la faceva passare liscia.
Zeus, somma divinità, infatti non si sapeva per nulla trattenere e frequentemente si lasciava andare agli impeti amorosi con donne di stirpe divina o mortale.
Con la divina, avvenente Latona fu amore a prima vista, amore vero e condiviso e come si sa, quando non si tratta di semplici scappatelle e le farfalle si fanno sentire, le cose diventano serie, Latona rimane in cinta e dal divino rapporto, il cui frutto Era avrebbe voluto, senza successo, eliminare, nascono nientemeno che Apollo ed Artemide (Diana); come si vede non parliamo di cosucce.
La Niobe madre di ben quattordici figli, sette maschi e sette femmine, era talmente orgogliosa della sua numerosa prole che osò offendere Latona che, con Zeus, ne aveva messi al mondo soltanto due. Se è pur vero che per Niobe tanti figli erano una grazia di cui vantarsi, ella non tenne per nulla conto della qualità di quelli di Latona; Apollo e Artemide, gemelli, non erano due figli qualunque.
L’orgoglio, la superbia e l’affronto, furono puniti in modo severo e spietato da Era che inviò proprio Apollo e Diana ad uccidere, uno per uno, i quattordici figli di Niobe, con le frecce.
La sventurata Niobe si tramutò in roccia da cui sgorga, ancor oggi, una sorgente continua di …lacrime.
La storia tragica di Niobe della mitologia greca è stata ripresa dai romani, da Ovidio nelle Metamorfosi ed è giunta sino ai nostri giorni attraverso anche innumerevoli rappresentazioni, dipinti e statue, a ricordare gli effetti disastrosi della superbia e di chi non si imbarazza a fare lo spiritoso anche con le divinità.
Agli Uffizi a Firenze una intera stanza è dedicata al mito e raccoglie le statue medicee di villa Medici a Roma e a Copenaghen c’è il bel dipinto di Abraham Bloemart.
La superbia è uno, anzi il primo, e il più nefando dei sette vizi capitali, che sono quelle caratteristiche condotte umane, abituali e stabili, che distruggono l’anima e si contrappongono alle virtù che al contrario la curano e la esaltano.
Dei sette vizi, presenti anche nella cultura d’oriente, ne parlò persino Aristotele e poi furono assunti dalla cristianità come capitali, principio e radice di tutti i peccati.
Chi si ricorda più dei sette vizi capitali?
La superbia, la lussuria, la gola, l’accidia, l’ira, l’invidia, l’avarizia.
La superbia, la lussuria e la gola, l’ira, ecc., le coltiviamo ancora e diffusamente ma, con più democrazia, le piante sono meno rigogliose di un tempo e non abbiamo necessità di Niobe per ricordarci la triste fine che possano fare i superbi.
E’ sparita però, a quanto sembra, la capacità di arrossire e di vergognarsi.
Quella emozione sconosciuta ai superbi che fine ha fatto?
L’aver sbagliato, l’aver offeso qualcuno, la colpa, dovrebbero indurre la vergogna e l’arrossire, ma questo ormai accade molto di rado.
Un recente saggio dal titolo alquanto eloquente: “ Vergogna, l’emozione dimenticata” di Maria Emanuela Novelli* è una impegnativa e interessante carrellata, scritta a più mani, di interpretazioni sull’ argomento.
La fa da padrona la Psicanalisi, si cercano le sue ragioni in un Super-Io solido, intransigente, come dire la voce di dentro che censura e ti fa rimordere la coscienza per il comportamento e la condotta sbagliati e indegni.
TEMPI MODERNI
Dei vizi Capitali ormai oggi ben pochi se ne curano, sembra che nella nostra stagione si pratichino spesso senza timori, con una certa assiduità e disinvoltura, senza eccessivi scrupoli.
Si direbbe, secondo una connotazione fortemente etica, “senza alcuna vergogna”.
La colpa, anzi il senso di colpa, non ci assilla più come un tempo, in occidente ci sentiamo decisamente più liberi e tutto è accaduto in fretta, siamo svincolati da paure eccessive e colpe altrettanto stringenti e soffocanti.
Figuriamoci se non si possa essere favorevoli e concordi con quanto accaduto con l’emancipazione e lo sviluppo sul piano tecnologico e sociale particolarmente in questi ultimi sessant’anni. Fermo restando che il valore dell’essere d’accordo o meno è comunque soltanto un cicalio molto accademico.
Il punto di questo neo Rinascimento, nel quale l’uomo ha ripreso energicamente e con orgoglio in mano le redini della sua esistenza, è che forse si sia andati un po’ oltre, vantando intimamente una onnipotenza inesistente, pur se bella, irragionevole e pericolosa, una libertà quasi senza confini.
Allora ecco che i famosi vizi Capitali, di cui pochi hanno ricordo, finiscono con l’essere soltanto la rappresentazione di un passato soffocato dalla ignoranza, dalla povertà e dalle superstizioni; dalla mancanza dei supermercati, delle vasche idromassaggi, dei telefoni cellulari e dei trolley.
Troppo facile è semplificare, banalizzare e accantonare tutto come passato da liquidare, come estremo segno di arretratezza culturale e sociale.
La paura e la colpa che assillavano i giovani di appena sessanta anni or sono, nel nostro paese, hanno le radici nella cultura greco-romana e giudaico- cristiana.
Siamo venuti su tra le fustiganti satire oraziane, la vergogna delle Forche Caudine, Virgilio, I versi d’amore di Catullo e Dante Alighieri che nell’Inferno, da Lui visitato personalmente, dà conto e monito di come si finisca trascinati dai vizi capitali.
Siamo cresciuti, almeno noi più attempati, tra Il” Castigat ridendo mores”, il “Miser Catulle desinas ineptire”, e Farinata degli Uberti, i divieti e i precetti pressanti del parroco, tra un Carosello e un Rischia Tutto, secondo una linea educativa, se pur molto provinciale, ben delineata.
La moderazione e l’ impegno, sessualità taciuta, rossori in viso e la testa china erano il manuale del bravo ragazzo e del bravo alunno.
E, dimenticavo! “ore otto tutti a casa!”
Il nascondersi per non essere visti, il sentirsi quasi sempre inadeguati, erano spesso la deleteria conseguenza di una educazione affettivamente povera e pressante nella quale il:
”Ti devi vergognare!”
Era ricorrente, quasi continuo, tanto da formare una pessima immagine di sé.
Al giorno d’oggi c’è massima libertà nel dire e nel fare e non di rado sembriamo alquanto spregiudicati, sfrontati e spocchiosi e, in genere, seppure l’abbiamo fatta grossa, ci ben guardiamo dal chiedere almeno scusa e quantomeno mostriamo un pizzico d’imbarazzo.
Viviamo un momento economico, sociale ed educativo tanto diverso che ogni nostalgia, per il passato, può essere legata unicamente alla nostra età più verde e agli ampi spazi che allora avevano sogni, fantasie e paure talora irragionevoli.
Le cose sono cambiate e in meglio, fortunatamente, anche se si appalesano nuovi problemi, la disorientante confusione di un mondo senza confini, radicalismi culturali e religiosi, per altro, sempre esistiti e duri a morire, un relativismo, almeno nel nostro paese, eccessivo e poco promettente.
E la vergogna?
Ce la siamo quasi completamente dimenticata?
MEMORIA DI ROSSORI
Quando ero ragazzo, il fenomeno era diffusissimo e si diventava rossi per un nonnulla.
Il rimbrotto di un adulto pesava e come!
Per alleggerire la noia e il totale disinteresse della lezione che ben pochi tentavano di rendere gradevole, era inebriante tirare piccoli palline di carta, ben appallottolate con un po’ di saliva, con la cerbottana della penna biro, resa tale dopo aver tolto la parte scrivente.
Il piacere di vedere sobbalzare il compagno dei banchi più avanti, in particolar modo se l’avevi colpito sulle orecchie a ventola, era enorme, non è narrabile, bisogna provarlo.
E se si veniva scoperti e fortemente rimproverati, la vergogna c’era, ma nell’intimo regnava il piacere di aver fatto centro sulle orecchie del tordo, antipatico Pierino della classe.
Al liceo la compagna di banco, per fortuita coincidenza di eventi, seduta accanto a me per un banco anche allora inagibile e sgangherato, era bella, non me ne ero precedentemente reso conto.
Emanava un sottile e delicatissimo profumo di non saprei dire cosa. La guardavo incantato, furtivamente, allungavo lo sguardo sulla ben poco generosa scollatura e immaginando, di la da essa:” Interminabili spazi e sovrumani silenzi”
Ero del tutto estraneo alla lezione della settecentesca docente d’italiano tutta incipriata e con il fassamano, gli occhialetti senza le stanghette, tenuto tra l’indice e il pollice della mano destra.
La Professoressa M. Grisetti, una grande passione per il teatro e per Dante, una delle poche che ricordi con grande affetto.
D’un tratto mi sento chiamare: “ Alesi! Vuole essere così cortese di ripetere quanto da me spiegato?”
Preso alla sprovvista, in piedi, così s’usava, rosso in volto come un papavero primaverile, ero lì muto e impietrito.
E Lei: “Le Grazie ispirano i poeti! Sarà poesia la Sua?”
EDUCARE
Da che mondo è mondo, gli adulti educano, trasmettono ai più giovani le regole sociali, ciò che nel comportamento è socialmente accettato viene, con apprezzamenti e premi, rafforzato e quello che non è, frenato con disapprovazioni e punizioni divenute nel tempo sempre più lievi.
Nessuno si sognerebbe oggi di mollare sonore cinghiate o chiudere nello sgabuzzino al buio lo scapestrato!
Bisogna saper vivere con gli altri e garbatamente e consapevolmente anche con i figli e gli alunni.
Senza esagerare, però, in un senso o in un altro, è una questione di equilibri e di buonsenso ed è qui che le cose si complicano, in particolare, se i diritti sono tanti e i doveri ben pochi, al punto che taluni diritti finiscono così con l’essere solo enunciati.
Dal Codice di Hammurabi, alle dodici tavole dei romani, dalla Magna Carta, alle moderne Carte Costituzionali, agli innumerevoli monumentali documenti internazionali, si sono affinate e non poco le regole dello stare insieme, si sono dettati i valori generali, i principi etici su cui si dovrebbe reggere una comunità non più solo nazionale, ma l’intera comunità mondiale, almeno quella occidentale.
Diritti e doveri che tutti i cittadini dei paesi che li hanno sottoscritti hanno l’obbligo di rispettare.
Da Rousseau a Piaget, abbiamo compreso che di errori con i più piccoli se ne sono fatti in passato non pochi e che gli schiaffi, per esempio, in linea di massima, non sono la soluzione dei problemi educativi e il rispetto dei più piccoli va garantito, sempre e comunque.
Sacrosanti, almeno in occidente, sono diventati il diritto alla vita, alla libertà, alla salute, fisica e mentale, all’istruzione, allo studio e il dovere di tutti a “rimuovere gli ostacoli”, vedi l’art. 3 della nostra Carta Costituzionale.
Certo enunciare è un grande passo di civiltà, un enorme riconoscimento su cui tutti concordiamo, qualche problemino nasce ancora nella pratica attuazione, nel rendere tali principi reali, base concreta del vivere civile e dell’ istituzione scuola.
I genitori, i Maestri hanno il compito di educare, tutelando e garantendo nei fatti e non soltanto nelle parole, i diritti dei più piccoli, ricordando loro che esistono anche obblighi da assumere riguardanti sé stessi, la comunità nella quale si vive e il mondo che ci ospita.
Anche oggi, come in passato, quando si sbaglia si è colpevoli, si viene puniti e quando capita, qualche volta, ci si vergogna per l’atto commesso ma, per molti, questo è segno di debolezza, di eccessiva timidezza.
Sembrerebbe che ci siamo dimenticati un po’ tutto, oltre che dei sette vizi capitali, persino della buona creanza e a casa come a scuola, tutti presi dalle conoscenze e competenze, lasciamo correre sull’educare al saper vivere con noi stessi e con gli altri.
E non ricordiamo più che è buon segno qualche volta anche arrossire.
Ieri l’altro ho guardato una giovane donna che parlando al cellulare e contemporaneamente guidando, con estrema disinvoltura, aveva schivato un tizio che incautamente si avventurava sulle strisce pedonali,
ha ripagato lo sguardo e con cipiglio ha esclamato:
“E allora? C’è qualcosa che non va?”
Che prontezza!
E non è per nulla arrossita!
La cultura, quella nostrana cattolico cristiano, ci ha tramandato colpe grosse, sottili e intriganti, ma anche la Sacralità dell’essere uomini.
Eva ha coinvolto Adamo e ha messo nei pasticci tutti, è un fatto, e hai voglia a dire che è stato il serpente e la cosa, per chi crede, non è da poco.
Adamo ed Eva poi si vergognarono e coprirono le loro Vergogne con le foglie di un fico.
Questa storiella, banalizzata per gioco, è molto complessa e comunque è stata fonte di infiniti guai, la cacciata dall’Eden, la tortura di essere uomini e donne Sacri, perché fatti a immagine e somiglianza, ma, come siamo, fragili, indifesi e figli di colpevoli e assediati dai sette vizi Capitali.
E’ savio, saggio e virtuoso chi sa tenerli lontani, chi comunque non ne fa uso costante, chi è in grado di frenare i propri impulsi ed è consapevole dei loro mortali danni fisici e morali, chi si pone frequenti domande, chi riconosce i propri errori.
Non hanno senno solamente coloro che bevono molta acqua, mangiano tanta frutta e verdura e curano ossessivamente un corpo scultoreo.
Niobe aveva ed ha il suo fascino e la sua esemplare punizione si intreccia bene con la nostra tradizione ma, ormai, altre culture con altre Niobi e altre religioni, si affollano all’orizzonte e rimescolandosi ci orientano verso equilibri molto diversi.
Nei quali però, come denominatori comune, il farsi domande, il piangere, il sorridere e anche l’arrossire, sembra restino a segnare, ieri come oggi, in tutte le latitudini, il senso della comune appartenenza, la natura di esseri umani.
LE PROSPETTIVE PER LA SCUOLA
Bisogna, per quel ci riguarda, ridisegnare e sottolineare la preminenza del compito educativo della scuola, che non può essere un ruolo balbettato, circoscritto, quando accade, a contingenze, a problemi o temi emergenti che non si sostanziano, non si inseriscono in filoni culturali e filosofici generali e condivisi.
I recenti drammatici accadimenti ci impongono di far falange intorno ai diritti di libertà e vita, ricordando che essi vanno difesi e presidiati, niente è garantito a vita, e che qualsiasi diritto impone doveri, che ne rappresentano la più efficace delle tutele.
Si stenta invece, particolarmente nel nostro paese, ad assumersi qualsiasi responsabilità, tutto sembra dovuto, e questa è una incauta fragilità, particolarmente in un momento di estrema complessità, dove gli eventi si accavallano caoticamente e fluiscono via in modo rapido portandosi dietro persino i convincimenti più cari.
Colmare lo iato tra le tante parole che danno sentieri da percorrere e lumi da seguire, vedi le Indicazioni Nazionali ministeriali per la scuola, non di certo opera scialba e di poco conto, i tanti richiami, poco incidenti, che auspicano un mondo più giusto, e l’agire, non è per nulla semplice. Ancor più se l’anima del discorso educativo è a tasselli e le scelte anche contraddittorie.
E’ bene rendersene conto, non fare finta di niente, a scuola, ad esempio, una buona parte dei docenti, non ha neppure letto le nuove Indicazioni Nazionali, non le considera utili? Oppure le ritiene un polpettone farcito solo di buoni auspici e di belle parole, come quello dello scrivente?
Come mai!
Non è semplice, da comprendere, ma una cosa appare evidente, non c’è un comune sentire, manca una convinzione di fondo indiscutibile, su cui non si addensino sempre tanti se e tanti ma, si intrecciano relativismo culturale ed etico .
Diffusa è la superficialità e l’incertezza la fa da padrona. Si fa fatica ad uscire dalla provincialità per assumere valori e doveri più alti e universali, senza dimenticare di certo le nostre radici e la nostra identità.
Manca una concordanza di valori praticati e non soltanto predicati, intorno a cui far muovere la società e la scuola che di tale società e figlia.
I “Valori Capitali”, sette, non oltre, da cui desumere doveri senza ma e senza se.
Al momento scarseggiano gli adulti che non neghino di sbagliare, che non cerchino le scorciatoie, mostrino coerenza e sappiano qualche volta anche loro arrossire, più che apparire altezzosi e pieni di sé, intrisi di fatue certezze .
Pochi sono i Maestri che con Saggezza rendono liberi e aiutano i giovani a costruire una buon concetto di sé, già traballante è il loro e precaria l’ assennatezza, tutta assorbita da facebook.
Mortificante il ruolo di Maestro ridotto a semplice posto di lavoro.
Ti si dovrebbe dire, caro alunno, che tu, sei tu, un meraviglioso essere umano.
Che è importante “Saper vivere”, ma non è per nulla facile farlo. Che tanti ti diranno come si fa, ma che sarai tu a scegliere la tua strada, con umiltà e senza la superbia di aver capito tutto e la troverai spesso sconnessa e piena di buche.
Che è tipico e bello dell’essere uomini, piangere e commuoversi, aver paura quanto basta, sorridere e gioire e vergognarsi per aver sbagliato.
Che le emozioni e i sentimenti sono comuni a tutti, in tutto il pianeta e ispirano vicinanza, arte e poesia.
Che dare un senso alle proprie cose è un impegno che dura tutta la vita, continuo e difficile, che spesso ti capiterà di dire che non hai capito proprio nulla e dovrai ricominciare da capo.
Conoscersi e riconoscersi nell’altro è importante quanto e forse anche più degli apprendimenti e delle competenze.
Leggende, miti, racconti, affascinanti, a volte anche drammatici, fanno parte integrante della storia dell’uomo, esemplificano e riassumono messaggi universali e unificanti.
Vizi e virtù, mediocrità ed eccessi, amori, gelosie e drammi sono tutti nostri, terrorismo e radicalismo compresi. E’importante continuare a conoscersi, affinare l’intelligenza affettiva e sociale, vergognarsi e arrossire.
Tutto questo ha diritto di precedenza a scuola, è il terreno fertile su cui disseminare il sapere e la conoscenza.
NOTICINA CONCLUSIVA
La sventurata storia di Niobe, il delicato “Misere Catulle desinas ineptire” catulliano, come anche le avvincenti storie che per “Mille e una Notte” la principessa Shahràzad racconta al sultano, sia la storia della “Fanciulla delle Nevi” dal cuore di ghiaccio della cultura baltica, le egizie “Liriche del boschetto” e tutte le favole raccontate nel mondo, sono espressioni dell’uomo di tutti i tempi e di tutte le latitudini.
Tramite loro abbiamo sognato, sorriso e pianto, abbiamo assorbito valori e doveri, abbiamo compreso il significato della sconfitta e del riscatto, del limite e dell’arrossire per l’errore commesso.
Servono allora ancora il vergognarsi e l’arrossire?
” Se non ci si vuole soltanto interessare della salute del gatto sterilizzato!”
Servono e come!
Sono antidoto forte alla superbia, alla stolta convinzione di essere i migliori in assoluto, alla arroganza e alla vanagloria, da cui abbiamo preso l’incipit, sono la consapevole umiltà di essere uomini che sbagliano e si correggono, cadono e si rialzano, che sono coscienti dei propri limiti e possibilità.
Ricordano “alle facce toste” l’invalicabile, non sono indice di fragilità o debolezza, non feriscono mortalmente l’amor proprio, lo rinforzano, alzano il livello di autoanalisi e di autocritica che rigenera.
Ignorarne il valore educativo è un errore se ci si vuole dedicare non soltanto alla cura della testa, ma anche del cuore.
Anche la superba, spregiudicata Gertrude, la monaca di Monza, infine arrossi se pur di rabbia!
E ne trasse beneficio.
*VERGOGNA, l’emozione dimenticata, Maria Emanuela Novelli, Guglielmo Pallai, Ed.Universitarie Romane, 2016
