Ven. Set 11th, 2026

LE ROVINE DEL TEMPIO

Riflessioni provocatorie

di

GIUSEPPE ALESI

La scuola, a ben guardare, definita un tempo “Tempio del sapere”, si contraddistingue ormai per ritualità e frasi fatte:

“Suo figlio, cara signora, è intelligente, ma non studia!”

“Non ha metodo di studio!”

“Non si applica, potrebbe fare molto di più!”

Queste sono alcune espressioni usate spesso dagli insegnanti, frasi storiche, che in sostanza dicono poco o nulla, ma che comunque sollecitano un maggiore impegno da parte degli alunni nel mandar giù, in genere, veri polpettoni educativi, approntati dagli insegnanti convinti che siano buoni e facciano pure bene.

Mai qualcuno che chiedesse loro: “Che te ne pare?”

Sarebbe troppo ardito!

Il processo educativo implica un educatore, un educando e contenuti culturali, abilità e competenze, che il primo vuole che l’altro, non sempre di buon grado, apprenda secondo regole e metodi il cui punto fermo è, in sostanza,” io insegno e tu apprendi”.

La prassi educativa si può declinare e modulare in modi e con tonalità di coinvolgimento molto diversi e con risultati di apprendimento altrettanto diversi, perché le variabili che interferiscono sono numerose e, tra queste, una elevata motivazione e una buona relazione interpersonale, sono tra quelle che incidono positivamente e fanno la differenza.

La pedagogia e la psicologia poi hanno studiato a lungo il fenomeno educativo, casalingo e scolastico, fornendo nel tempo conoscenze, suggerimenti, tecniche, metodi e innanzitutto, ultimi e significativi apporti, l’idea che l’educazione scolastica debba essere, per essere più efficace, a misura di ciascuno, non eguale per tutti e non escludente:

“Suo figlio non è tagliato per lo studio! Lo mandi a lavorare!”

L’esperienza educativa scolastica, pur tuttavia, al di là delle sue trasformazioni nel tempo, per il vero non tante, la si è sempre percepita come un passaggio obbligato della vita, scandito da procedure, usanze e tradizioni, voti di profitto, note disciplinari, promozioni e bocciature. Di tale periodo si serbano, da grandi, nostalgici e grati ricordi per gli incontri avuti e le esperienze fatte, insignificanti o persino sgradevoli per i pessimi vissuti.

IL SUONO DELLA CAMPANELLA

Tutti in classe è suonata la campanella!

Si dice così al suono della campanella, così da sempre, tra cartelle, banchi, lavagne, cimose e gessi e il vocio degli alunni.

Nel portico di destra del foro di Cesare in Roma, c’era probabilmente una scuola, e gli alunni, spesso annoiati, ieri come oggi, hanno scritto sul muro, ripetutamente, con lo stiletto: “Arma virumque cano”, l’incipit dell’Eneide che probabilmente mandavano a memoria come un carme.

La ritualità di cui la scuola, percepita un tempo e giustamente, come unico “Tempio” del sapere, si è paludata, è seria e solenne. E’ tipica di chi sa come le cose vanno fatte ed è consapevole, almeno un tempo, di possedere il monopolio della conoscenza. Un po’ tutti si compiacciono, sia ieri che oggi, dei ritmi ripetuti, della campanella che scandisce le ore di lezione, delle valutazioni trimestrali o quadrimestrali, degli scrutini, delle scelte fatte a maggioranze o all’unanimità, non se ne salta neppure una di regola o procedura, altrimenti non vale più nulla.

Il rispetto dei riti rende Prof., come anche sacerdoti, dà quel senso di autorevole professionalità legata al fatto di essere i depositari del quando e come la cerimonia si celebra e del potere che da essa discende.

La ritualità dà la vaga sensazione che tutto sia sotto controllo, che dopo aver assistito alle celebrazioni e aver ascoltato, in silenzio, il verdetto della “Sibilla”, niente sia più discutibile e si possa procedere sicuri, il titolo di studio è garantito e legale, con tanto di firme e timbri.

Insegnanti e presidi hanno assunto nel tempo, tra banchi, lavagne, cattedre e registi, peculiari stili, modi di essere e di esprimersi, persino tipiche posture, tanto da essere riconoscibili a vista in un gruppo.

Un mondo, quasi imbalsamato, talora monotono e pedante, veramente “fuori dalla realtà” che si è mantenuto sostanzialmente immutato nel tempo, protetto da una sacralità ora stantia e fuor di luogo. Pur non detenendo più, già da tempo, il monopolio della conoscenza, insidiata dalla concorrenza del web, dalla infinita enciclopedia digitale, teme il cambiamento. Si è così via via distaccata notevolmente da un contesto sociale diventato complesso, disomogeneo estremamente dinamico e innovativo. Dagli stessi alunni che in genere arrivano a pensare che a scuola, senza saperne il motivo, non si fanno e non si dicono cose che all’esterno invece si fanno e si dicono.

Del Tempio sono rimasti solo ruderi sparsi qua e là.

FATTA SALVA L’AUTONOMIA SCOLASTICA

A guardar bene, l’impianto generale di stampo gentiliano del sistema di istruzione e formazione del nostro paese permane infatti, oltre che invecchiato, fortemente centralizzato. L’unica vera novità è stata l’autonomia scolastica, grande occasione mancata, ma la si è chiusa in un recinto ed è rimasta, nei fatti, solo enunciata e proclamata. E’ sparita anche: “Fatta salva l’autonomia scolastica”, frase che spesso accompagnava le note ministeriali, e di riforma degli organi collegiali non si parla più.

Permane l’imbarazzante contrasto tra i Decreti delegati del ‘74 e la Dirigenza scolastica, tra nuovo e vecchio che crea zone d’ombra conflittuali e sofferenze burocratiche.

La campanella però è là come quando ero ragazzo e il suono dell’ultima ora elettrizza per il piacere di andarsene come allora. Per il resto soltanto un tripudio di parole e buoni arzigogolati auspici, si ritoccano con frequenza e senza senso le prove degli esami di stato, si richiede una demagogica e spesso esasperata inclusione, una teorica, perché poco praticata, maggiore educazione delle nuove generazioni, alla cittadinanza anche europea e alla Costituzione.

Mariapia Veladiano, Dirigente scolastica, in un recente scritto: ”La scuola italiana è fuori dalla realtà”, considera questa condizione positiva, barriera, oasi felice e forse ipotizza che essa possa salvare il mondo distorto da tante magagne e ingiustizie.

“A scuola, luogo di esercizio del pensiero e della convivenza, si può acquisire l’abitudine alla collaborazione..”*

Sembra proprio che la quotidianità della scuola sia del tutto sconosciuta e ignorata e a forza di raccontare storie si finisca con il crederle vere.

Si potrebbe, forse, se gli adulti che la frequentano sapessero veramente convivere e collaborare, fossero veri modelli e Maestri, se i collegi docenti fossero fucine di idee e di ragionata innovazione inquadrata in un complessivo progetto scuola. Per il vero, la mediocrità è spesso dilagante e disarmante, il disimpegno serpeggia e la coralità, quando c’è, è frammentata e incerta mancando un disegno complessivo chiaro e realistico.

I docenti d’altro canto sono parte integrante di questa società confusa e smarrita, che si perde in Facebook e che, secondo stime, guarda compulsivamente la mail almeno venti volte al giorno.

Se realmente si avesse a cuore il futuro dei giovani e il loro avvenire, il nostro capitale umano, a scuola dovrebbe esserci la crema, personale docente e non, altamente formato e selezionato sul piano umano, per attitudini e per particolare personale equilibrio e doti, non assunto soltanto per semplici logiche occupazionali.

Si ha idea di quanti docenti e anche Presidi siano attualmente in servizio ope legis? Senza aver fatto un regolare concorso?

Sicuramente alcuni, per fortuna, anche con meriti e qualità!

E’ certo comunque che negli ultimi decenni a scuola è arrivato di tutto, come un fiume nel mare, tronchi, sassi e anche barattoli vuoti.

Tanta gioventù vigorosa ed entusiasta?

Anche e non pochi docenti assunti a tempo indeterminato ben maturi e pronti per la pensione.

Quasi tutte insegnanti donne, stremate da anni di artificioso precariato e un Ministro anche Lei donna, con qualche particolare caratteristica in più. Un gineceo, una scuola in rosa insomma di cui nessuno parla. Eppure questa scuola al femminile non è così acconcia*.

Nella formazione delle classi si ha cura di renderle equilibrate, tanti maschi e tante femmine, e tra i docenti? Niente quote azzurre!

Potrebbe essere un bene portare equilibrio?

NOTA CONCLUSIVA

E’ opportuno rifondarla questa benedetta scuola, è diventata troppo Istituzione!

E dalle fondamenta, abolirne forse anche l’obbligo, il valore legale dei titoli di studio, renderla veramente autonoma, con docenti, tanti maschi e tante femmine, scelti dal basso, sul mercato o da libere graduatorie nazionali, stessa cosa per i Presidi e tutti retribuiti, per meriti e professionalità, bene, da contratti non nazionali.

Eccessivo!

Altrimenti teniamocela così ma, non facciamo retorica, raccontiamola come è, inconsistente e infiocchettata, mediocre se va bene, traboccante soltanto di altisonanti e vuoti buoni propositi.

Luogo nel quale Presidi, Docenti e Alunni sono, per lo più, stanchi, svogliati e demotivati.

Altro che baluardo!

E’ in malafede chi ritiene che il miglioramento e la Qualità siano ottenibili semplicemente aumentando il numero dei docenti e gli investimenti.

Non contano i numeri, la quantità, contano il pregio e la levatura, queste garantiscono la Qualità, e a coloro che li posseggono, Presidi, Docenti, Personale tutto, trovo indiscutibile riconoscere meriti, carriera, retribuzioni di livello, ci assicurano il futuro!

Cosa raccontiamo a questa generazione digitale e multietnica, che arriva a scuola tutta connessa, che sfugge di mano già da piccola, come la includiamo, la incantiamo con rituali magici, la rassereniamo, pur di non sentirla, dando a ciascuno un Tablet di ultima generazione?

Floridi Luciano*, filosofo, studia il fenomeno dirompente della nuova stagione digitale, ne disegna criticamente l’etica, la nascosta filosofia. Si domanda se siamo consapevoli che la “Nuova enciclopedia” digitale, non cartacea, sia gestita, con ben poche regole, da enormi gruppi finanziari privati, che ormai posseggono un archivio dati personali infinito.

La società dell’informazione, nella quale siamo tutti immersi e che utilizziamo con tanto fervore, ragazzi per primi, in maniera anche maniacale e dipendente, potrebbe anche essere un insidioso paese dei balocchi?

Difrone alle sfide complesse della nuova stagione per noi e, ancor più, per le nuove generazioni, rispondiamo:

“Tutti in classe è suonata la campanella!”

In Francia Macron un giovane trentanovenne, con studi di alto livello e con un curriculum straordinario, cosa rara tra i politici italiani, è arrivato all’Eliseo.

Da noi neppure un Ministro della Pubblica istruzione laureato?

La mediocrità ci sovrasta!

I mediocri tirano a campare, alzano polveroni per un po’, si spellano le mani per un si o per un no, come allo stadio, ma poi, impauriti, rientrano velocemente e a testa china nella platonica caverna.

Malgrado tutto, l’oggi è pur meglio di ieri, quando gli insegnanti ti addomesticavano mettendoti, per punizione, dietro la lavagna. Erano altri tempi, pedagogie diverse e tante chiacchiere non se ne facevano, si seguiva una logica e solidi valori educativi, se pur forse discutibili, in linea con i tempi. E il silenzio e la sacralità servivano ed erano credibili.

Al momento pero’ ci sono soltanto, rovine, un gran vociare e vuoti rituali.

E qualche mediocre che, con rituale rassegnazione, osserva che:

”Non c’è proprio più rispetto, né per gli insegnanti, né per la scuola!”

Dimenticando che il rispetto non è dovuto, te lo devi conquistare, giorno dopo giorno, come genitore, come insegnante, come istituzione e che “il diritto all’istruzione” si sostanzia non semplicemente nell’andare a scuola, ma nel frequentarne una di qualità.

*AA.VV, il pregiudizio universale, Laterza-2016

*Alesi Giuseppe, Appunti di psicologia scolastica e non solo, Armando A-2013

*Floridi Luciano, The Philosophy of information-2011

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